25 Luglio 2018

Addio a Sergio Marchionne, è morto il manager del cambiamento

Sergio Marchionne è morto pochi minuti fa a Zurigo. Un epilogo annunciato dalla drammaticità della situazione ufficializzata sabato 21 luglio, l’imprevista convocazione del CdA FCA, Ferrari e CNH Industrial per nominare il successore e, soprattutto, dalla lettera con la quale John Elkann salutava un amico, un compagno di viaggio, un manager che in Fiat ha cambiato tutto.

Sergio Marchionne, Fiat

Resteranno immagini e numeri, stile e risultati, metodo e capacità. L’eredità ideale di Sergio Marchionne è nell’azzeramento del debito di FCA, un percorso di risanamento durato 14 anni e la parola fine che arriva al termine di un capitolo che avrebbe dovuto raccontare un’altra storia. Quella che vogliamo ripercorrere in questo articolo, per omaggiare un manager entrato di diritto nella Storia (in questo caso maiuscola) dell’automobile italiana.

DAL 2004 SERGIO MARCHIONNE È STATO IL MANAGER DEL CAMBIAMENTO

In 14 anni di guida del gruppo, Marchionne scrive la storia. Lo fa con scelte spesso impopolari, arriva al muro contro muro con i sindacati, trasferisce sede legale e fiscale di FCA all’estero. Decisioni che contribuiscono a traghettare FCA da un assembramento di marchi di scarso peso nel panorama mondiale fino a diventare il settimo gruppo automobilistico globale. E per giocare alla pari con i grandi, piaccia o no, devi porti nelle condizioni più vantaggiose. Scelte, difficili. Assunte dal capo. Solo. Termini del sillogismo che riecheggerà spesso in questi giorni.

Fiat e non solo. Arriva nel 2004 al Lingotto, cinque anni più tardi l’acquisizione di Chrysler è un colpo che vale l’ingresso nel gruppo del brand oggi dai risultati più importanti, quella Jeep diretta da Mike Manley al quale passa il timone di FCA. L’uomo Sergio Marchionne si è distinto per la schiettezza, oltre all’iconico maglione. Un simbolo per il grande pubblico. Quello che per l’Avvocato Agnelli era l’orologio portato sul polsino, un vezzo, per Marchionne era praticità.

Sergio Marchionne Gruppo FCA in auto

Schietto, come nel 2014, a commentare la situazione sportiva inaccettabile di una Ferrari che, a Monza, era costretta a ritirarsi e da troppo tempo non competitiva. Schietto e con un grandissimo fondo di verità quando spiegava, ancora nel 2014, come l’elettrico fosse una scommessa economica in perdita. Produrre un’auto a batterie perdendoci del denaro. Insostenibile. Altri tempi, nei quali aveva ragione lui, al cospetto di schiere di convinti messia dell’auto a batterie. Oggi il futuro prospetta uno scenario diverso, al quale dovrà adeguarsi il gruppo.

La sfida dell’elettrificazione verrà raccolta dai marchi di punta, come tratteggiato nell’ultimo piano industriale firmato Marchionne presentato a Balocco lo scorso 1 giugno. Ci saranno i modelli esclusivamente elettrici con Maserati, ci saranno le versioni ibride spalmate tra Jeep e Alfa Romeo. E si andrà verso l’assistenza alla guida avanzata. A Manley il testimone per dare continuità.

L’AUTO ITALIANA TRAGHETTATA NEL FUTURO

Temi, elettrificazione e guida autonoma, sui quali si è mosso in ritardo il gruppo? Non vanno dimenticate le condizioni di partenza e le priorità. L’azzeramento dell’indebitamento non è giunto senza sacrifici, sostenuti anche dai lavoratori. Un percorso di risanamento del gruppo lungo e complesso, che ha lasciato in casa Fiat una gamma di modelli bisognosa di un ricambio generazionale e investimenti per recuperare terreno sul mercato europeo. Le due grandi famiglie immaginate con in precedente piano industriale, 500 per le auto più “stilose” e famiglia Panda tutta attenta al budget, hanno definito una nuova identità del marchio, da troppo tempo fermo al palo su citycar e utilitaria, segmento quest’ultimo nel quale Fiat Punto ha resistito ben oltre qualsiasi normale ciclo di vita di un prodotto.

Sergio Marchionne Gruppo FCA

In Alfa Romeo il rilancio è appena agli inizi, avviato con Giulia, proseguito con Stelvio e, nei prossimi anni, atteso all’espansione dell’offerta soprattutto con nuovi suv. Lancia un ex-brand, vive intorno a Ypsilon, diventato esso stesso modello-marchio.

Jeep è l’ariete in grado di attaccare i mercati più importanti oggi, quello asiatico e statunitense. Poi Maserati, bisognosa di un incremento dei volumi per garantire l’occupazione. Il capitolo Ferrari è una storia a sé. Sergio Marchionne avrebbe dovuto mantenere la presidenza del Cavallino rampante perlomeno fino al 2021, occuparsi di Formula 1 e della crescita continua dei modelli stradali, programmare il lancio del primo, inatteso fino a pochi anni fa, sport utility. Anche a Maranello lascia un’eredità enorme, un’impronta ancor prima. Soprattutto sul fronte della Scuderia di Formula 1. E’ a Sergio Marchionne che si deve la struttura organizzativa varata nel 2016, da un rapporto verticistico tra i tecnici a uno orizzontale, passando per la completa fiducia a un nuovo gruppo, per la stragrande maggioranza italiani, e con uno scambio di posizioni interne all’azienda che è diventato la carta vincente del team.

Sergio Marchionne Ferrari

Mancherà Marchionne il manager e mancherà il Marchionne personaggio, da capo di Stato dell’auto a dare del tu ai grandi della Terra. Dalla visita guidata negli stabilimenti Chrysler di Auburn Hills organizzata a Obama – governo USA che concesse un prestito cruciale a FCA, interamente rimborsato dal gruppo –, agli incontri con la Cancelliera Merkel, fino alle riunioni con Donald Trump. Ha rappresentato una fetta di italianità al vertice di un gruppo oramai internazionale. Una sfida inimmaginabile 14 anni fa, quando assunse le redini di una Fiat sull’orlo del fallimento.

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