Anfia, ecco Vavassori: “Senza Fiat la vita continua”

Dallo scorso aprile, Roberto Vavassori, direttore business development di Brembo, è il nuovo presidente di Anfia. L’associazione, che attualmente raccoglie 270 aziende italiane operative nella costruzione, trasformazione ed equipaggiamento dei veicoli, volta così pagina. Puntando, anche, su un ricambio generazionale per affrontare con il giusto piglio la difficile fase di mercato. Una fase in cui Anfia si trova, tra l’altro, a gestire le conseguenze della scelta maturata dal costruttore nazionale, che in seguito all’uscita da Confindustria ha deciso di lasciare anche l’associazione.

L’USCITA DI FIAT – Ed è proprio da qui che prende le mosse la chiacchierata con il neo-presidente: “In questo momento – esordisce Vavassori -, per noi Fiat non rappresenta un fantasma ingombrante: è invece un’azienda con la quale, anche nell’ultimo periodo, abbiamo negoziato in maniera costante una parte della necessaria ristrutturazione di Anfia. È inutile nascondere che con l’uscita del costruttore nazionale è venuto a mancare più del 50% delle quote associative; così come è cosa nota che una parte della solidità del nostro bilancio fosse dovuta proprio a tanti anni di presenza Fiat, oltre che alla buona gestione dei presidenti che si sono succeduti. Ora, Anfia deve vivere con risorse diverse: un problema, forse, ma di certo una bella sfida, anche a provare ad allargare la base associativa. Con il costruttore nazionale, comunque, manteniamo tanti interessi di filiera in comune, che continueremo a perseguire insieme attraverso il dialogo e la concertazione”.

I PROGRAMMI – La curiosità che sorge spontanea è quella che accompagna l’inizio di qualsiasi mandato: quali sono i principali punti che la nuova presidenza intende perseguire? “Ho già fatto cenno – risponde Vavassori – alla volontà di allargare la base associativa, così da aumentare la forza e la rappresentatività di Anfia. L’impegno della mia presidenza sarà inoltre quello di aiutare l’internazionalizzazione degli associati, puntando su una logica di sistema che sfrutti le esperienze già maturate dalle aziende e dagli organismi istituzionali, locali e nazionali. Intendiamo poi promuovere in ogni ambito il know-how italiano, fatto di una ‘cultura del fare’ flessibile ed efficace, di stile, innovazione di prodotto e processo e delle tante eccellenze che le nostre associate rappresentano. Infine, lavoreremo per far diventare Anfia un interlocutore sempre più autorevole, ascoltato e privilegiato nelle sedi legislative e tecniche sia nazionali che internazionali, anche grazie al tramite di Federazioni come Oica (Organistation Internationale des Constructeurs d’Automobiles) e Clepa (Associazione europea dei produttori di componenti per autoveicoli)”.

UNA LETTERA AL MINISTRO – In un momento critico come l’attuale, con il mercato dell’auto che nel primo trimestre perde oltre il 20% rispetto al 2011, qualsiasi piattaforma programmatica rischia però di rimanere lettera morta senza un concreto coinvolgimento delle Istituzioni, chiamate a predisporre misure a sostegno del settore e dell’economia nel suo complesso. A tal proposito, le principali istanze di Anfia sono state raccolte in una lettera indirizzata a Francesco Profumo, ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Ecco come le riassume Vavassori: “In primo luogo, è urgente che il sistema produttivo ottenga un sostengo fattivo dal mondo del credito. Tanto più che le risorse finanziarie ci sono, viste le recenti iniezioni di liquidità effettuate dalla Bce. Si tratta di denaro che va messo in circolo e utilizzato affinché la produzione e i consumi tornino a crescere, seppure a tassi moderati. Vorremmo poi che il Governo tornasse a considerare la mobilità come un motore di sviluppo per il Paese. I dati di mercato, del resto, sono noti: la filiera automotive italiana garantisce oltre un milione di posti di lavoro e rappresenta l’11,4% del Pil. Troppo spesso, e non da oggi, l’auto viene però considerata una ‘mucca’ da mungere, attraverso provvedimenti puntivi che Anfia chiede di riformare al più presto. In un orizzonte temporale di più lungo periodo, infine, riteniamo improrogabile una riflessione di ampia portata sulla dignità dell’impresa manifatturiera. Noi italiani, spiace dirlo, storicamente non amiamo le imprese: le sopportiamo, ma non le consideriamo un valore da difendere e alimentare. E ancora oggi, pur in presenza di tanti ‘tavoli di crisi’, non si avverte la giusta attenzione verso i problemi di chi fa impresa”.

FLOTTE E ISTITUZIONI – Tra i numerosi temi che richiederebbero, oggi, una presa di posizione unitaria della filiera c’è quello delle flotte aziendali, messe nuovamente nel mirino dall’intenzione del Governo di ridurre la percentuale dei costi deducibili dal 40 al 27,5%. “A livello europeo – conclude Vavassori -, l’Italia è agli ultimi posti per quanto riguarda la quota d’immatricolato destinata alle flotte. Questo significa che qualcosa non funziona a dovere: è una questione di fiscalità? O l’auto è un benefit non ancora sufficientemente diffuso tra i dipendenti? Una volta compreso dov’è il problema, occorre lavorare con l’obiettivo di assimilare il più possibile la situazione italiana a quella del resto d’Europa, dove le immatricolazioni alle aziende sfiorano, e talvolta superano, il 50% del totale”.

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