31 Luglio 2012

Federalismo fiscale: a che punto siamo?

Purtroppo, non c’è solo l’Imu. Mentre l’attenzione di tutti è concentrata sulla nuova imposta immobiliare e sul possibile aumento dell’Iva a settembre, il federalismo fiscale è in silente sviluppo. E, contrariamente alle premesse istitutive, non sembra alleggerire la pressione fiscale, ma al contrario è diventato un ulteriore cliente dell’ormai tristemente famoso “bancomat-auto”.

AMPIA AUTONOMIA – Di federalismo fiscale nel nostro Paese si è discusso per oltre 10 anni come del miglior sistema per razionalizzare i costi e le entrate delle P.A. locali. Riformato il Titolo V della Costituzione nel 2001, il federalismo è entrato in funzione tre anni fa con la legge 42 del maggio 2009 ed esattamente 12 mesi fa, con il D.L. n. 68, sono state emanate le disposizioni attuative che, sopprimendo i trasferimenti statali e regionali, hanno dato a Comuni e Province ampia autonomia in merito ai tributi di precedente competenza erariale. In base a questa normativa le Province, in attesa della loro soppressione o razionalizzazione, continuano a essere finanziate prioritariamente dal gettito derivante da tributi connessi al trasporto su gomma. Tutto il settore automotive, già pressato da Stato e Regioni con Iva e tasse varie, è pertanto notevolmente coinvolto nelle manovre tributarie e di bilancio messe in atto dalle Province. A distanza di un anno dal provvedimento attuativo, diamo allora uno sguardo alla situazione delle principali imposte locali che gravano sull’auto: quella che tassa i premi assicurativi Rc e la tanto discussa Ipt.

RC: AUMENTI A TAPPETO – La competenza sull’imposta dell’assicurazione Rc auto è passata alle Province, che possono deliberare una variazione dell’imposta sul premio assicurativo nella misura massima del 3,5% in aumento o in diminuzione rispetto a quella prevista (12,5%). Tra 2011 e 2012, ben 84 (!) Province hanno deciso di aumentare l’aliquota portandola ai livelli massimi del 16%. Al momento solo 11 non hanno ancora deliberato aumenti e tra queste spiccano Roma, Latina, Frosinone e Viterbo, dove peraltro i livelli di altri prelievi fiscali come Irpef e Irap sono alti. Unica eccezioni nelle regioni a statuto ordinario è Firenze, dove è stata ridotta in due tranche la quota standard – portandola all’11% – aumentando però nel contempo l’Ipt del 25%, anche se solo per i privati. L’autonomia legislativa di Trento, Bolzano e Aosta consente, invece, a queste amministrazioni addirittura di ridurre, scendendo dal 12,5 al 9%. Quasi tutte le Province, insomma, hanno approvato aumenti per far fronte – almeno questa è la motivazione – alla drastica riduzione dei trasferimenti statali, pari a 1,5 miliardi in meno di tre anni.

IL NODO DELL’ IPT – Come è noto, con il provvedimento “Salva Italia” dell’agosto 2011 è stata soppressa la tariffa fissa per l’Ipt e resa obbligatoria quella variabile in base ai kW. Risultato: un aumento medio del 60%. Nel 2012, però, molte Province non hanno resistito alla tentazione di ritoccare ulteriormente le aliquote, ovviamente al rialzo, con incrementi che vanno dal 10 al 30%. In materia di Ipt non sono mancate discussioni e polemiche. Sempre in virtù della propria autonomia legislativa, le Province di Trento e Bolzano sono infatti riuscite a mantenere le tariffe più basse, suscitando un vivo interesse a immatricolare presso di loro da parte delle grandi imprese di noleggio e di leasing finanziario, ma anche di importanti concessionari. Dall’inizio dell’anno in Parlamento si sta quindi cercando affannosamente di trovare una soluzione di riequilibrio a livello territoriale, che consideri le peculiarità dei vari soggetti interessati.

Va comunque rilevato che con il D.L. n. 68 del 2011 si è stabilito il riordino dell’Ipt – da attuarsi con la legge di stabilità o con disegno di legge collegato – secondo vari principi generali. Tra questi, la determinazione uniforme dell’imposta per veicoli nuovi e usati e in base alla potenza del motore e classe di inquinamento e la destinazione del gettito alla Provincia in cui si ha residenza o sede legale. La normativa non è ancora stabile, e per il necessario coordinamento è attivo presso la Conferenza permanente per i rapporti tra Stato ed Enti locali un tavolo di confronto tra Governo e ciascuna Regione a statuto speciale e Provincia autonoma.

L’AUTO CHIEDE RISPOSTE – Mentre il settore automotive è alle prese con la crisi e tenta di risollevarsi attraverso sofferte riorganizzazioni, questi aumenti generalizzati rappresentano ulteriori aggravi, che lo penalizzano in misura ancora maggiore. E che, instaurando una spirale negativa, finiscono con produrre minori introiti per gli stessi Enti locali. Che in attesa di essere a loro volta “riorganizzati”, ritengono utile, per i loro bilanci, aumentare ancora le imposte!

Il tema è certamente delicato, e va a toccare gli stessi principi fondanti del federalismo fiscale. Ma è necessario che si dia quanto prima un segnale al settore auto, vessato senza limiti e senza alcun ritorno in termini economici, finanziari nonché di specifici investimenti. Passata l’Imu, approvato il D.L. sullo sviluppo e quello sul lavoro (di cui si comprende l’importanza nazionale, ma di cui si contesta l’assurdo nesso con la maggior tassazione dal 2013 delle vetture aziendali), deve arrivare dalle Istituzioni un cenno di riscontro verso le istanze di imprese e lavoratori della filiera, di aziende e automobilisti/contribuenti. Il settore, da tempo, ha avanzato le proprie proposte: ma il dialogo non può essere a senso unico…

Pietro Teofilatto (Direttore di Aniasa)

 

 

 

 

 

 
 
 
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