9 Marzo 2017

Quali rischi per il mercato auto se cambia l’accordo NAFTA?

L’andamento del mercato auto in America per il 2017 e per gli anni a venire, ma, più in generale, le sorti di un’industria vitale per il quadro economico globale, appare ancorato alle decisioni di un singolo soggetto politico, che, mai come ora, rivendica il suo ruolo di uomo più potente del pianeta: il nuovo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Cosa cambierà per il mercato auto USA con Donald Trump?

La politica del protezionismo, a cui ha improntato la corsa alla Casa Bianca, rischia di espandersi come una marea nera, andando a inquinare i rapporti di libero commercio con il Messico e il Canada, introdotti nel 1994 con l’istituzione dell’accordo NAFTA (North American Free Trade Agreement).

Trump ha parlato di necessità di rinegoziarne i termini, prevedendo la corresponsione di dazi sulla normale attività di trading di quelle realtà rispetto alle quali, come il Messico appunto, il “Paese a stelle e strisce” paga un elevato disavanzo commerciale (“trade deficit”), nell’ordine di una sessantina di milioni di dollari l’anno.

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PERCHÉ CONVIENE PRODURRE IN MESSICO?

Per una serie di caratteristiche endogene, lo Stato dell’America Latina, quarto esportatore mondiale di automobili e settimo in classifica tra i produttori, si è prestato nel tempo all’insediamento sempre più capillare di attività, create espressamente per costruire un ponte con il mercato statunitense e consentire un processo di delocalizzazione.

Ricordiamo alcuni tra i vantaggi principali: presenza di manodopera a basso costo, incentivi per le aziende che decidono di investire “in loco”, network esteso di accordi di libero scambio, che coinvolgono, tra gli altri, anche l’Unione Europea, con la quale il Messico sottoscrisse nel 2000 il c.d. “Accordo Globale”.

Guardando più nello specifico all’industria messicana applicata al settore automotive, troviamo che essa, in virtù dei valori di redditività che è in grado di garantire, rappresenta non solo un pilastro dell’economia nazionale, ma si converte per circa l’80% in un bene che valica i confini per essere commercializzato sul territorio a stelle e strisce.

NAFTA e il futuro del mercato auto americano

DAL TEMPO DELLE PAROLE A QUELLO DEI FATTI

Le discussioni tra le parti in causa sono in continuo divenire e al momento non si conosce quando sarà possibile giungere a una prima conclusione certa. Il clima però è tutt’altro che disteso.

A fine gennaio il Presidente del Messico, Enrique Peña Nieto, ha cancellato l’incontro programmato con Donald Trump, in aperto dissenso rispetto alla pretesa del collega di “cementare” l’ormai famoso muro di divisione tra i due paesi gravando sulle casse dello stato dell’America Latina.

Senza contare che, più o meno nello stesso periodo, “l’uomo più potente del pianeta” firmava l’ordine esecutivo di uscita degli Stati Uniti da un altro accordo di libero scambio, fortemente sostenuto da Barack Obama: il TPP (Trans Pacific Partnership), che annovera il Messico tra i paesi firmatari.

OLTRE IL NAFTA, QUALI ATTESE PER IL MERCATO AUTO AMERICA 2017?

In un tale clima di incertezza, ad orientarci nella riflessione possono essere i dati in nostro possesso. Innanzitutto il record produttivo realizzato lo scorso anno nell’area NAFTA: 18,1 milioni di nuovi autoveicoli pronti per invadere il mercato (il 20% proveniente dal solo Messico).

progressione produzione autoveicoli area NAFTA
La fotografia sulla progressione della produzione nell’area NAFTA dell’Area Studi e Statistiche di ANFIA

Quota che potrebbe subire una decisa ridimensionata se  la traduzione concreta dei nuovi assetti chiamati a regolare gli scambi commerciali con gli Stati Uniti dovesse far venir meno quel vantaggio competitivo che sino ad oggi ha spinto molte aziende a investire nel mercato messicano.

È infatti indubbio che, a fronte dell’introduzione di dazi, come quello del 20% sui beni – e gli autoveicoli sono finiti da subito nel mirino dell’amministrazione Trump – esportati negli USA, praticamente tutti i player dell’industria automotive saranno chiamati a rivedere i piani legati alla gestione della filiera produttiva.

LA POSIZIONE DEI COSTRUTTORI AUTO #1: FORD

Mentre si attendono nuovi capitoli nella vicenda, occorre dar conto delle prime reazioni da parte dei soggetti diretti portatori di interesse – ossia gli OEM (Original Equipment Manufacturer).

I principali player che hanno trovato nel mercato messicano una risposta utile a conseguire i volumi stabiliti sono, oltre ai c.d. “Detroit Three” (General Motors, Ford e Chrysler), i costruttori giapponesi e quelli tedeschi.

Ford Smart Mobility logo

Prendiamo il Marchio dell’Ovale Blu, che ai primi dell’anno annunciava di aver cancellato un investimento da 1,6 miliardi di dollari per la realizzazione di un nuovo stabilimento a San Luis Potosí, stabilendo invece di destinare 700 milioni di dollari all’ampliamento di un sito già operativo nello Stato del Michigan.

LA POSIZIONE DEI COSTRUTTORI AUTO #2: GM E TOYOTA

La decisione seguiva al duro attacco del Presidente Trump nei confronti di General Motors, rea di importare a zero spese negli Stati Uniti le Chevrolet Cruze prodotte in Messico. “Producete negli Usa o pagate una grossa tassa transfrontaliera!”, aveva tuonato su Twitter il nuovo inquilino della Casa Bianca, che ancora attendeva di insediarsi ufficialmente.

Poco dopo era stata la volta di Toyota, recentemente inserita nel novero delle 10 aziende più innovative al mondo, chiamata a desistere dalla costruzione di un nuovo stabilimento a Baja da destinarsi alle Corolla assemblate per la vendita sul mercato a stelle e strisce.

LA POSIZIONE DEI COSTRUTTORI AUTO #3: GRUPPO FCA

Se guardiamo a Chrysler, finita nell’orbita del Gruppo FCA, l’amministratore delegato Sergio Marchionne è parso sposare da subito la linea proposta da Donald Trump, parlando di un doppio investimento nell’ordine complessivo del miliardo di dollari in Michigan e Ohio, che si tradurrà in duemila posti di lavoro in più.

classifica auto 2016 famiglia Fiat 500
La famiglia della Fiat 500

Ancora non è chiaro quale sarà il destino delle “frecce” messicane Toluca (da cui escono 500 e Freemont, entrambi firmati Fiat) e Saltillo, anche se l’appoggio garantito dalla società italo-americana alla politica protezionistica perseguita dall’amministrazione americana e la contestuale revisione dell’accordo NAFTA non giocano a favore degli operai e degli impianti produttivi locali.

IN QUESTO CONTESTO, QUALI PERICOLI PER L’ITALIA?

A seguito delle dinamiche innescate dalla “partita a tre” USA-Messico-Canada (in realtà ridotta al momento a due principali contendenti) rischiano di finire penalizzate anche le aziende del comparto automotive che dall’Italia esportano negli Stati Uniti.

Il flusso di veicoli immessi nel tessuto commerciale a stelle e strisce è andato infatti aumentando, contribuendo a costruire una situazione di trade deficit.

Per evitare di seguire le orme del Messico, affossando l’economia dei paesi collegati da un accordo di partenariato bilaterale per salvare quei posti di lavoro di cui parla Donald Trump, è auspicabile che a livello europeo si persegua una continua e strenua difesa degli accordi di libero scambio commerciale.

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Perché, a dispetto dell’opinione del Presidente degli Stati Uniti, è importante promuovere, e non invece appesantire, tutti quei meccanismi che sinora hanno mostrato di contribuire efficacemente al buon stato di salute dell’industria automotive.

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