18 Luglio 2013

Renault Captur: la nostra prova (2)

MERCOLEDI’: guida alta, ma precisa – Facile immaginare che in un’auto di questo tipo il baricentro sia spostato in alto, facile dare per scontato un assetto morbido “alla francese” e, dunque, incline al rollio. Eppure, una volta provata su un bel tratto misto, la Captur ti convince proprio per il suo assetto piatto e il suo sterzo da stradista. E’ sorprendentemente sicura, questa piccola Suv. E non lo diresti, oltre che per i motivi sopra accennati, anche per la derivazione del telaio dalla Clio, una protagonista della sua classe, ma pur sempre una compatta di segmento B. Questo è il bello della Captur dal punto di vista delle qualità di guida: che si muove bene e tiene anche nei curvoni autostradali, in tiro come in rilascio, quasi fosse un’auto più grande. In più, la guida non è mai stancante e i chilometri, anche andando allegri, sembrano scorrere senza affaticare la meccanica. Certo dipende da che media si è abituati a tenere: stando nell’intorno dei 130, cioè con il motore tra i 2.300 e i 2.500 giri al minuto grazie alla quinta marcia lunga, i consumi si mantengono ottimi. Spingendosi oltre emergono i limiti, ovvi, della carrozzeria alta che fa aumentare la richiesta di gasolio e di una certa lentezza in ripresa nel raggiungere velocità superiori.

GIOVEDI’: Captur, la cattura sguardi – E’ notevole la curiosità che suscita la Captur andando in giro per Milano. C’è chi la nota per il colore (quella della mia prova è arancione metallizzato con il tetto bianco crema) e chi la fissa perché non ha ancora capito se sia un prototipo in test su strada o chissà cos’altro. Certo è che desta interesse, curiosità. E il motivo, almeno per chi scrive, è presto detto: è una vettura che riassume i gusti del momento in fatto di design – una carrozzeria giovane, con accenni sportivi, ma rafforzata da uno sviluppo verticale, con elementi off-road che richiamano robustezza e senso di protezione – e che è in grado di combinarli con un’accessibilità – tanto in termini di prezzo quando di costi di gestione – finora sconosciuta alle classiche Suv. Guidando la nuova Renault Captur, come peraltro la Peugeot 2008, sua più temibile concorrente e da noi provata su Fleet Magazine 92, si scopre presto che la chiave del successo di queste urban crossover è la “desiderabilità”, ovvero un sapiente mix di trasversalità ed economicità. Il tutto con un certo stile.

VENERDI’: che voglia di vacanze – Quella sensazione che provi quando lasci il maltempo della pianura padana alle spalle e, passato il Turchino, inizi a scendere verso il mare cullato dalla luce abbacinante del sole e dal profumo dell’aria è sempre una bellezza. La riviera ligure ci accoglie così, in una giornata d’estate. La Captur è carica all’inverosimile: papà e mamma, due trolley, due bimbi e relativi seggiolini, due borse frigo, un passeggino. Ci portiamo appresso persino l’apparecchio per l’aerosol (certamente meglio l’aria del mare rispetto alla chimica, ma non si sa mai). A dispetto delle dimensioni compatte lo spazio interno della Captur basta alle esigenze di una famiglia: e ciò non è poco, in un mondo dominato da un design che tende a privare gli oggetti delle funzionalità di base per le quali erano stati originariamente inventati. Per esempio il maniglione centrale dietro ai sedili posteriori è un particolare intelligente e ben realizzato: basta afferrarlo, anche con una mano sola, sganciare il fermo e far scorrere divano e schienali insieme. Lo spazio che si guadagna nel bagagliaio è notevole, a occhio almeno una quindicina di centimetri in profondità. Con questo escamotage non servono station wagon o, comunque, auto più ingombranti di questa per, come si diceva un tempo, portare “la famiglia in villeggiatura”.

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