I 5 falsi miti da sfatare sulla scatola nera in auto (2)

La scatola nera è sempre più diffusa sulle auto di nuova generazione, ma il suo utilizzo è da tempo al centro dei dibattiti. E' obbligatoria? Come regolarsi con la privacy? Cosa porta effettivamente l'auto ad essere connessa? Proviamo qui a sfatare alcuni falsi miti sulla black-box.

2) LA SCATOLA NERA NON E’ UN “GRANDE FRATELLO”

I primi tempi in cui si parlava di scatola nera, quest’ultima veniva identificata come una sorta di Grande Fratello e, in parte, così viene vista ancora oggi. La nostra survey sulla black-box in azienda testimonia che il 19% dei driver delle grandi flotte la percepisce negativamente. Vero è che la maggior parte non la vede più come uno spauracchio, come uno strumento in grado di controllare gli spostamenti e, quindi, di invadere la vita dell’automobilista, ma comunque la percezione negativa di un utilizzatore su cinque è rilevante. Una percentuale che, con ogni probabilità, aumenta tra la gente comune.

Scatola nera sulle auto aziendali

In realtà la scatola nera non è il Grande Fratello. Per installarla ci vuole sempre il consenso del driver e, nel caso delle aziende, l’accordo con i sindacati o con l’ispettorato del lavoro. Basta una semplice informativa se, e solo se, le scatole nere sono silenti, ovvero registrano i dati ma li rendono noti sono in caso di incidente o di furto, in modo così da salvaguardare la privacy di chi guida. 

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