Uber e i suoi quattro anni di "passione" in Italia, tra scioperi e proteste

Gli “alti e bassi” di Uber nei suoi primi quattro anni in Italia


Il nome Uber e la storia connessa potrebbero sposarsi bene a una famosa frase pronunciata da Oscar Wilde: “Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli“.

L’ultima notizia collegata all’azienda californiana, e alla sua App attiva anche in Italia, è una recentissima sentenza della corte di giustizia europea, che l’ha qualificata come “società che eroga un servizio nel settore dei trasporti”.

Approfondisci: I contenuti della pronuncia dell’Unione Europea

Un particolare non di poco conto, che obbliga Uber a rispettare la regolamentazione in materia di trasporti urbani vigente nei paesi dell’Unione continentale.

UBER: GENESI DI UNA VICENDA CONTROVERSA 

Sembra ieri, ma sono già passati più di otto anni (si era nel 2009) da quando Travis Kalanick e Garrett Camp (attuale chairman dell’azienda) crearono oltreoceano una start-up, battezzata inizialmente UberCab.

Una sublimazione della comodità di poter disporre di una vettura che arriva direttamente a prelevare il cliente a domicilio, come accade nel caso dei taxi.

Quest’aspetto, unito alla tipologia di vetture impiegate all’avvio per il servizio (luxury car), potrebbe essere alla base della scelta del nome Uber, un prefisso che si può tradurre dall’inglese come “super”, “stra”.

L’idea alle spalle del progetto – si legge sul sito ufficiale della società in lingua italiana – venne ai due manager americani nel 2008 durante una trasferta a Parigi, allorquando, a causa della neve, fermare un taxi era apparsa un’impresa ai limiti dell’impossibile. E se fosse stato possibile prenotare la corsa attraverso una App?

L’ARRIVO IN ITALIA TRA LE PROTESTE

Dopo il lancio a San Francisco nel 2010, l’arrivo importante – l’anno successivo – a New York e a Parigi (prima piazza europea a essere coperta), passarono tre anni prima che la soluzione di mobilità strutturata da Uber toccasse l’Italia.

Il battesimo a Milano è entrato nelle pagine di cronaca. Chi non ricorda infatti la protesta andata in scena al Wired Next Fest del maggio 2014, quando l’allora Country Manager Benedetta Arese Lucini fu accolta da un lancio di uova e petardi e dovette abbandonare la manifestazione sotto scorta?

La protesta, inscenata dai tassisti milanesi, mirava al contempo a impedire l’intervento previsto nel programma, ma soprattutto a denunciare l‘illegalità del servizio così come era offerto da Uber.

App Uber

Dal capoluogo lombardo, dove si passò alla forma dello sciopero bianco, le “fiamme della protesta” si estesero rapidamente alle altre città del Vecchio Continente allora coperte dal servizio: oltre alla capitale francese, Londra, Madrid, Barcellona e Berlino.

Leggi anche: Londra “chiude la porta” alla App californiana

Dietro la rabbia delle “auto bianche” c’erano le modalità di erogazione, nel nostro Paese del servizio “UberBlack”.

Introdotto nel 2013, e rivolto alla categoria NCC (Noleggio Con Conducente), a Milano e Roma continua ad offrire la possibilità di richiedere il trasporto a bordo di auto di lusso (le famose Mercedes nere). È stato infatti dichiarato legale a seguito di ricorso contro la sentenza del 7 aprile 2017 del Tribunale capitolino che ne aveva invece disposto in primo grado il blocco.

IL BATTESIMO TUMULTUOSO DI UBERPOP

La normativa di riferimento per gli NCC data al lontano 1992 e prevede che il mezzo muova, e faccia sempre ritorno, in autorimessa. Secondo i tassisti, invece, i driver Uber non rispetterebbero tale vincolo, dando così luogo a una forma di concorrenza sleale.

Burrascoso, sin dall’immediato, è stato anche l’annuncio del lancio in Italia di UberPop, iniziato proprio dalla città di Milano.

Dalla vettura con conducente si passava infatti a una forma di car sharing “peer-to-peer”, che apriva potenzialmente a qualsiasi cittadino comune – purché ovviamente in possesso di regolare patente (non serve alcuna licenza specifica) e giudicato idoneo dopo un processo di selezione – la possibilità di mettere a profitto l’utilizzo della vettura di proprietà.

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Il servizio UberPop, bloccato nel nostro Paese nel maggio 2015 a seguito di una sentenza del Tribunale di Milano, risulta tuttora non fruibile. Neppure la pronuncia dell’aprile scorso del Foro romano ha mutato infatti il quadro giuridico.

UNA LEGGE ANACRONISTICA DA RIFORMARE

Negli ultimi tre anni, intanto (in special modo nel corso del 20179, si sono susseguiti tavoli tecnici finalizzati a rivedere la legge del 1992 sul servizio di trasporto pubblico non di linea alla luce della diffusione delle App applicate al settore della mobilità.

A complicare ulteriormente la materia, e a inasprire gli animi, ci ha pensato il cosiddetto “Emendamento Lanzillotta”, che sino al 31 dicembre scorso congelava l’obbligo per gli operatori NCC di far capo ogni volta all’autorimessa.

Così, in una sfida a tre (taxi, NCC, Uber) dove le vittime finali risultano essere principalmente i potenziali fruitori dei servizi di mobilità, si è arrivati allo scioglimento delle Camere senza essere riusciti a pervenire a un testo di regolamentazione del settore condiviso.

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Il tutto mentre dall’Europa, a scompaginare ulteriormente la situazione, arrivava la pronuncia richiamata in avvio di servizio.

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