Unrae, Valente si presenta: “Quattro idee per ripartire”

Ha preso il posto di un personaggio “storico” come Gianni Filipponi, per 14 anni punto di riferimento di addetti ai lavori e operatori dei media. E lo ha fatto in momento particolarmente delicato per il mercato dell’auto. La sfida, però, non spaventa Romano Valente, manager di lungo corso con esperienze in Honda, Suzuki, Hyundai e Fiat, che da febbraio siede sulla poltrona di direttore generale di Unrae, l’associazione dei costruttori esteri operanti in Italia.

Ingegner Valente, di fronte a un simile quadro occorre reagire, prima che sia troppo tardi. A tal fine, Unrae ha avanzato quattro proposte per ridare ossigeno al mercato. Vogliamo riassumerle?

“La prima riguarda un piano strutturale, su base triennale, per il rinnovo del parco circolante. Una crisi violenta come quella attuale, il mercato l’ha già vissuta nel 1993-97; e, allora, ne uscì solo grazie all’intervento dei primi incentivi alla rottamazione, aprendo la strada a una lunga fase – ben 11 anni – di domanda sostenuta al di sopra di 2.250.000 unità medie per anno. Se all’epoca quell’intervento funzionò, in mancanza di idee diverse da parte del Governo proponiamo di fare una scelta ‘europea’. L’Europa, infatti, raccomanda di proseguire sulla strada dell’abbattimento delle emissioni e per riuscirci non si può prescindere dallo stimolare il ricambio del parco anziano – 11.600.000 vetture con più di 11 anni di vita – con modelli nuovi, più attenti all’ecologia e molto più sicuri. Quello che chiediamo è quindi un piano ispirato a criteri di neutralità tecnologica – cioè senza discriminazioni tra le diverse fonti di alimentazione – e articolato su tre livelli di sostegno all’acquisto, definiti in base alle emissioni di CO2. Secondo le nostre stime, già nel primo anno un tale meccanismo potrebbe portare almeno 230mila unità vendute in più. E senza pesare sulle casse dello Stato, visto che il costo degli incentivi sarebbe totalmente ripagato dai maggiori introiti Iva. La seconda proposta si concentra invece sulle auto aziendali…”.

Un argomento che interessa da vicino i nostri lettori: quali le istanze di Unrae sul tema delle flotte?

“Si tratta di un fronte sul quale l’Italia è lontana dall’Europa. Altrove, come è noto, la quota dei costi deducibili e la detraibilità dell’Iva sono al 100%, mentre da noi si fermano al 40%. Nel nostro Paese, inoltre, il periodo minimo di ammortamento è di 4 anni, contro i 2 della media continentale. Come se non bastasse, ora il Governo sta lavorando per peggiorare ulteriormente la situazione, abbattendo al 27,5% la deducibilità delle spese per le imprese e le professioni, e dal 90% al 70% quella delle auto assegnate ai dipendenti. Questo ha del paradossale: un Esecutivo tecnico che noi stimiamo proprio per la sua matrice europeista, che ci porta ancora più lontano dall’Europa… Chiediamo invece di allinearci al resto del continente a partire dalla riduzione del periodo minimo di ammortamento a 2 anni e dalla deducibilità dei costi al 100%. E vorrei ricordare che i dipendenti che hanno in uso promiscuo una vettura aziendale ne pagano le tasse come aumento virtuale dell’imponibile – su valori fissati dall’Aci – con un meccanismo che non è possibile eludere”.

Veniamo alle ultime due richieste…

“Chiediamo innanzitutto un maggiore equilibrio per le auto con potenze superiori ai 185 kW. La criminalizzazione generalizzata verso queste vetture, cosa ben diversa dai necessari accertamenti, ha portato a una fuga di clienti destinata a rendere poco credibile la previsione di incasso dal superbollo, che lo Stato indica in 168 milioni di euro. Il crollo della domanda, stimato al 40%, determinerà infatti un minor gettito da Ipt, Iva e bollo, valutato attorno ai 105 milioni. Per non parlare del deprezzamento dell’usato e dell’aumento dell’export verso i Paesi dell’Est, che diminuisce ulteriormente il potenziale di lavoro di officine autorizzate e concessionarie. E a proposito di queste ultime, arriviamo al nodo cruciale del credito alla piccola e media impresa: non è tollerabile che i 139 miliardi di euro assegnati dalla Bce al sistema bancario italiano vengano utilizzati dagli istituti di credito per mettere a posto le proprie ratio finanziarie e rispettare le normative europee sulla capacità patrimoniale delle banche. Occorre invece recepire le raccomandazioni della Banca d’Italia e della stessa Bce e liberare tali risorse all’interno del sistema creditizio, aumentando nel contempo la fiducia verso l’affidabilità degli imprenditori virtuosi”.

 

 

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