20 Agosto 2016

Weekend on the Road d’agosto: Pizzica(ndo) la Grecìa Salentina

Dovrebbe venir voglia di partire solo per sentirla parlare: un’antica lingua di matrice ellenofona (il “Griko”), tramandata oralmente per generazioni, e che ora si sta cercando di preservare cucendole intorno una veste grafica, un alfabeto.

“Kalòs ìrtate stin” – “Benvenuti”: Weekend on the Road vi fa volare questa settimana verso la “Grecìa Salentina”, un’isola linguistica che abbraccia undici comuni nella Puglia meridionale, in provincia di Lecce.

La base d’appoggio è ovviamente l’aeroporto di San Cataldo, nel capoluogo. Sono davvero pochi, crediamo, quanti ancora non hanno sostato a bocca aperta di fronte alla Basilica di Santa Croce, oppure non si sono concessi un giro tra le rovine dell’Anfiteatro Romano. La tentazione sarebbe quindi quella di muoversi subito lungo il tragitto disegnato. La bellezza del luogo ci “costringe” però a programmare almeno una breve sosta.

LECCE-STERNATIA

Di là dai monumenti principali (i due ricordati e la Cattedrale, situata in Piazza Duomo), è l’intera “Città Vecchia”, a cui si può accedere, a scelta, attraverso Porta Napoli, Porta San Biagio o Porta Rudiae, a offrire una visita nella visita. I fregi sulle abitazioni, così come sulle strutture principali, giustificano il soprannome di Lecce quale “Signora del Barocco”.

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Santa Croce nella xilografia di R. Brend’amour

Dopo essere passati in Via Umberto I, con la già citata Basilica simbolo della città, i passi vi condurranno verso Piazza Sant’Oronzo, in cui svettano la colonna dedicata al santo patrono, il Palazzo del Vescovado e quello del Seminario. La Cattedrale dedicata a Maria Santissima Assunta, affiancata dal suo alto campanile, ospita una cripta del XII secolo, rimaneggiata quattrocento anni più tardi con aggiunte barocche.

Sempre nei pressi di questa piazza si aprono la Villa Comunale, dedicata a Giuseppe Garibaldi, e il suo parco pubblico. La si può trovare nominata nei documenti antichi come “Villa della Lupa”, per una gabbia che conteneva alcuni esemplari di questo animale che compare anche nello stemma cittadino (i Romani indicavano Lecce con il nome “Lupiae”). Nelle immediate vicinanze si eleva inoltre il cinquecentesco Castello voluto da Carlo V, monarca che provvide alle opere di fortificazione della località pugliese, tanto che in suo onore fu eretta la già menzionata Porta Napoli.

Poco più di una quindicina di chilometri lungo la Strada Statale 16 saranno sufficienti per raggiungere la prima tappa intermedia, Sternatia, paese dove la conoscenza e l’utilizzo del Griko (o “Grecanico”) sono più diffusi. Deriva il suo nome dalla fusione dei termini greci “sterna” (“cisterna”, “pozzo”) e “thia” (aggettivo per “sacro”), a indicare la presenza nel sito di luoghi riservati alla celebrazione di cerimonie religiose.

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Porta Filìa, l’unica sopravvissuta a Sternatia

Dal suo castello – le cui rovine nel Settecento sono state convertite nell’odierno Palazzo Granafei – partì la spedizione che liberò Otranto dai Turchi, un anno dopo la loro sanguinosa conquista. La struttura cela un frantoio oleario ipogeo, situato nei pressi della porta “Filìa” (termine che si traduce con “amicizia”), ultima testimonianza, con il tratto di mura adiacente, dell’antica cinta muraria.

Gli sternatesi erano soliti transitarvi al di sotto in due occasioni egualmente importanti, anche se profondamente diverse: sposi e corteo nel giorno delle nozze, a significare l’ingresso di un nuovo nucleo famigliare all’interno della comunità; e amici del defunto con la cara salma, a segnare il saluto estremo a questa vita.

CALIMERA-MARTANO

Percorrendo dapprima un tratto della Strada Provinciale 30 e poi dell’omologa 25, raggiungerete Calimera, toponimo che richiama subito alla mente il “buongiorno” in lingua greca. A rimarcare un legame invisibile, ma solido, con la penisola ellenica vi è una stele funeraria in marmo bianco donata dalla città di Atene nel 1960 e collocata nel parco pubblico.

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La “pietra della fertilità”, attrazione di Calimera

Tra gli edifici religiosi di pregio, merita una menzione, per un rito curioso che la vede protagonista, la piccola Chiesa di San Vito, che si innalza appena fuori il centro abitato.

Il Lunedì dell’Angelo (il giorno dopo la Pasqua) gli abitanti del posto sono soliti recarsi “in loco” per attraversare, strisciando, un grosso masso calcareo di epoca precristiana provvisto di foro nel mezzo (“menanthol”), la “Sacra Roccia di San Vito, rievocando un rito pagano di purificazione teso a invocare la fertilità su terre, persone e animali.

Calimera merita una sosta anche per la presenza, a una manciata di chilometri dal paese, di due antichissimi monumenti megalitici riservati alla tumulazione dei defunti, costituiti da alcune grandi pietre posate verticalmente che sorreggono una o più lastre orizzontali: il Dolmen Placa e il Dolmen Gurgulante (entrambi derivano il nome dal fondo dove sono stati rinvenuti).

Puntando a sud lungo la Strada Provinciale 28, passando non lontano da Martignano con il suo “Parco delle Pozzelle” (cisterne che raccoglievano, conservavano e filtravano l’acqua piovana), saranno sufficienti sette chilometri per trovare nuovamente tracce di un passato che affonda nella notte dei tempi.

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Il grande fico sulla cima della “Specchia dei Mori”

Oltre che dal “Menhir San Totaro”, la pietrafitta più alta d’Italia con i suoi 4,70 metri, lasciatevi affascinare dalle leggende che accompagnano la “Specchia dei Mori”, meglio conosciuta, in griko, come “Segla tu demonìu” (“Specchia del diavolo”).

Le “secchie”, tipiche dell’area salentina, sono costruzioni a secco, un accumulo, una sopra l’altra, di pietre calcaree di varie dimensioni, con funzione di controllo del territorio circostante (torrette di avvistamento), ma anche funeraria.

Quella di Martano è alta sei metri e si diceva che lungo il suo perimetro si aprissero voragini pronte a ingoiare i nemici che avessero osato minacciare gli abitanti del luogo. La superstizione popolare ha alimentato il mito di una gallina e dodici pulcini in oro zecchino custoditi al suo interno. Cercare di appropriarvene vi costerebbe però l’anima, giacché pare che il tesoro sia protetto da Satana.

Un altro filone di credenze parla invece dei giganti Mori, antichi abitanti dell’area, che, nel tentativo di toccare gli dei celesti, avrebbero costruito una torre alta sino al cielo. Le divinità, adirate, finirono per distruggere la sconfinata costruzione verticale, che seppellì i corpi degli incauti “ingegneri”, dei quali pare si possano ancora udire i lamenti.

SOLETO-CORIGLIANO D’OTRANTO

A meno di nove chilometri di distanza da Martano, sull’asse longitudinale costituito dalle Provinciali 48 e 47, troviamo Soleto, dove sono state rinvenute tracce di presenza dell’uomo che risalgono addirittura al paleolitico superiore, anche se la costituzione vera e propria del centro abitato è da ascriversi al c.d. “periodo messapico”, dal nome attribuito dai Greci alle popolazioni (i “Messapi”) che abitarono il Salento sino al III secolo a.C..

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Particolare della parte terminale della Guglia

Tra i tanti monumenti meritevoli di attenzione, il più suggestivo, fors’anche per la leggenda che vi è associata, è la Guglia di Raimondello, dal nome del conte rinascimentale Raimondo Orsini del Balzo sotto cui il borgo pugliese conobbe il suo periodo di maggior splendore. Pregevole testimonianza artistica tardo-gotica, è un campanile senza campane, che a lungo venne indicato, con timore misto a stupore, come il frutto del lavoro di una sola notte da parte di quattro diavoli. Una superstizione alla quale si pose fine quando, a seguito di ricerche, venne individuato periodo (tra Trecento e Quattrocento) e autore (Francesco Colaci da Surbo) dell’opera.

Citato nel Libro III della “Naturalis Historia” di Plinio il Vecchio come “Soletum”, il nome di questa località è associato a un coccio di vaso attico a vernice nera, attualmente conservato presso il Museo Archeologico di Taranto. La c.d. “Mappa di Soleto”, scoperta nel 2003 dall’archeologo belga Thierry van Compernolle, reca impressa la linea costiera della penisola salentina. Sulla piccola superficie (il manufatto misura circa 6 cm x 3 cm) si possono riconoscere, talora per esteso, talora abbreviati, tredici toponimi che in alcuni casi rimandano all’alfabeto greco, in altri a quello messianico. Si può quindi definire la più antica mappa geografica occidentale pervenutaci dall’antichità classica.

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Una veduta laterale delle mura del Castello

Tornando a scendere verso la “Punta dello Stivale” lungo la Strada Provinciale 227, vi consigliamo di sostare brevemente a Corigliano d’Otranto.

Giusto il tempo di visitare il Castello De Monti, che ha il merito di essersi preservato intatto dopo l’invasione turca del 1480, e la Chiesa Madre di San Nicola con il suo pavimento realizzato nel secondo Ottocento sulla falsariga del mosaico che impreziosisce la Cattedrale della non lontana località portuale, che pagò un prezzo altissimo in termini di vita umane.

Nella circostanza ricordata, infatti, 800 dei suoi abitanti, non avendo voluto convertirsi all’islam, furono decapitati sul Colle della Minerva. Un tema purtroppo quanto mai attuale…

CASTRIGNANO DEI GRECI-MELPIGNANO

La penultima tappa del tour suggerito vi porterà, dopo poco più di tre km sulla Strada Provinciale 35, a Castrignano dei Greci, che qualche storico sostiene fondata da Minosse.

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Il Castello de Gualtieriis a Castrignano

Fermatevi al Castello, riedificato dalla famiglia Gualtieri nel XVI secolo (di qui il nome “de Gualtieriis”), così come alla Chiesa Parrocchiale dedicata alla Madonna dell’Annunziata e al Sant’Antonio padovano, soprattutto per avere l’occasione di ammirare la cupola del campanile rivestita di maioliche colorate e la Cripta di Sant’Onofrio, edificata dai monaci basiliani, che trassero il nome da un menhir della zona alla cui sommità era posta una statua in pietra del santo.

È arrivato il momento di dirigervi verso Melpignano, destinazione finale del vostro girovagare lungo la Grecìa Salentina. Abbiamo deciso di portarvi qui, facendovi trascorrere pochi minuti sulla Strada Provinciale 36, perché sabato 27 agosto la località, inclusa nel Club Borghi Autentici d’Italia e membro dell’Associazione Comuni Virtuosi, ospiterà il concertone finale della 19esima edizione della “Notte della Taranta”, festival annuale itinerante, inaugurato nel 1998 nella locale Piazza San Giorgio con la sua serie di portici rinascimentali, l’omonima Chiesa Madre, la Cappella della Madonna Assunta e la Torre dell’Orologio. L’appuntamento è a partire dalle 22.30 nel piazzale antistante l’ex convento degli Agostiniani.

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I balli che animano la “Notte della Taranta”

La danza della pizzica – perché di questo si tratta – appare collegata originariamente ai culti diosiniaci portati “in loco” dalle popolazioni greche ed entrati subito a far parte del patrimonio culturale delle genti salentine. La “sfrenatezza” che afferra i corpi dei ballerini rappresentava un’eco dei “baccanali” romani, durante i quali l’assunzione smodata di vino vinceva ogni inibizione (Dioniso corrisponde al Bacco romano).

Da momento comunitario, la pizzica si mutò nel tempo in strumento individuale di guarigione, quando iniziò ad essere associata allo stato di trance in cui cadeva chi veniva morso da una tarantola. Una condizione contro cui nessuna medicina appariva efficace e che poteva essere vinta solo da una danza ipnotica (“pizzica tarantata”), cadenzata dal tipico tamburello salentino.

Uno dei miti tramandati sino a noi e collegati strettamente a questo ballo parla di Arakne, una giovane e bella fanciulla greca, sedotta e abbandonata da un marinaio di cui attese per giorni e giorni il ritorno. Ma proprio quando la sua vela si profilò all’orizzonte, l’imbarcazione venne attaccata e tutti gli occupanti uccisi. Così, per vendicare il torto subito, Zeus, padre degli dei dell’Olimpo, inviò Arakne, una volta morta, sulla terra sotto forma di tarantola.

SUZUKI BALENO

Per accompagnarvi in questo tour abbiamo pensato a Suzuki Baleno. Innanzitutto per le dimensioni contenute – è lunga quattro metri -, ma che non sacrificano lo spazio a bordo e il comfort di conducente e passeggeri (c’è posto per altre quattro persone).

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Una piccola alleata dell’ambiente: Suzuki Baleno

Poi per il battesimo assoluto del sistema SHVS (Smart Hybrid Vehicle Suzuki), un’innovazione che consiste nell’erogazione di potenza, in fase di accelerazione e ripresa, a supporto del motore 1.2 litri DualJet quattro cilindri benzina doppia iniezione da 90 CV. L’energia elettrica rilasciata è quella prodotta in fase di frenata e che viene accumulata da una batteria agli ioni di litio. Nella variante provvista di SHVS Suzuki Baleno è disponibile con il solo cambio manuale.

Notabile sul piano delle emissioni di CO2 dichiarate (94 g/km) e dei consumi (4 litri per 100 km), dispone del sistema Start&Stop. Il peso è contenuto sotto il quintale (990 kg). Il bagagliaio ha una capacità che spazia tra 335 litri e 1.085 litri.

Risultato degli studi condotti presso il Centro Stile di Torino, Suzuki Baleno recupera il nome di un modello prodotto tra il 1995 e il 2002. Nasce sulla stessa piattaforma inedita che contraddistinguerà tutte le novità annunciate dalla Casa giapponese per i prossimi anni.

Dei tre allestimenti proposti (B-Easy, B- Cool e B-Top), solo l’ultimo è associato alla tecnologia “green”. Offre di serie, tra gli altri, il sistema Radar Brake Support (RBS) con Adaptive Cruise Control e il display multi-funzione a colori “My Drive”.

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