I rischi della catena di approvvigionamento globale sono ormai noti e secondo molti siamo di fronte al nuovo blocco del commercio mondiale. Mentre festeggiavamo la fine del 2023, infatti, i ribelli Houthi dello Yemen hanno bloccato il Mar Rosso, mentre i pirati attaccavano le navi mercantili di fronte alle coste della Somalia e lo stretto di Bab el-Mandeb entrava nel vivo del conflitto tra Hamas e Israele. Insomma: il canale di Suez – che oggi gestisce il 30 percento del traffico di container mondiale, circa il 12 per cento delle merci in movimento – rischia di mettere in stallo l’economia globale.
Anche perché quello del canale di Suez non è l’unico territorio “caldo”: il canale di Panama è alle prese con una gravissima secca, che ad ottobre ha fatto segnare i livelli peggiori della storia recente, e che permette solo il 66% della sua capacità (e potrebbe diminuire).
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Cosa succederà all’economia globale?
Il transito di merci nel canale di Suez ha un valore annuale di circa un trilione di dollari: è facile capire che i ritardi delle consegne causati dalle tensioni sul territorio, unito agli alti costi per i container (farne transitare uno da 40 piedi, in viaggio da Shanghai a Genova, costa 4.178 dollari, +114% rispetto a poche settimane fa; sulla rotta Asia-Nord Europa CMA CGM ha annunciato l’aumento delle tariffe fino al 100%, 3.200 dollari per un 20 piedi e 6.000 per un 40; e ancora MSC e Marsk hanno dirottato intorno all’Africa meridionale e sospeso i servizi), a breve faranno lievitare i prezzi delle merci in transito. Costi maggiori che si riverseranno sui consumatori finali.
Secondo l’indice composito di Drewry per i container (World Container Index), nei primi 7 giorni del 2024 le tariffe mercantili sono aumentate del 61% a livello globale, con un incremento dell’88% rispetto alle tariffe medie del 2019.
E non parliamo solo di costo delle merci.
Passa (o passava?) anche il gas
Il Qatar ha infatti annunciato l’interruzione dei viaggi delle sue petroliere che trasportano il gas naturale liquefatto attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb. A sostenere il blocco è Bloomberg (che ha segnalato lo stop a 5 navi solo venerdì): in un momento storico dove già l’inflazione imperversa, il prezzo delle materie prime potrebbe adesso volare alle stelle.
Ci sono anche le petroliere qatarine al largo dell’Oman, che potrebbero bloccare i flussi di prodotti petroliferi (7 milioni di baliri, raddoppiati dopo l’invasione russa in Ucraina), ai quali si aggiungono 80 milioni di tonnellate di grano all’anno.
La secca dall’altra parte del mondo
A questa situazione si aggiunge la secca del canale di Panama (che il 7 gennaio ha toccato uno dei minimi storici, il livello dell’acqua era 1,8 metri al di sotto la norma), del tutto inaspettata dopo la tradizionale stagione delle piogge bloccata da El Niño. I transiti sono stati fortemente ridotti, circa al 66%: non succedeva dal 1989 con l’invasione di Panama da parte degli Stati Uniti.

E dove hanno dirottato le proprie navi i gruppi armatoriali che non hanno avuto accesso (pagando) al canale? Su altre rotte, come Suez (che infatti ha registrato un aumento di oltre il 4% dei transiti rispetto ai primi mesi del 2023). Tempi di viaggio più lunghi (fino a 6 giorni) e, come abbiamo visto sopra, nessuna certezza di transito.
Altri hanno scelto una rotta ancora diversa, costeggiando gli Stati Uniti e il Golfo del Messico per arrivare in Asia in circa due settimane (+70% di transiti) o lo stretto di Magellano.
Una crisi globale che colpisce soprattutto l’Europa
L’Europa, che sta vivendo un rallentamento generale della crescita (Germania in primis), potrebbe subire le conseguenze peggiori di questa situazione, con prezzi dell’energia sempre più a rischio e fenomeni a rimbalzo di stagflazione.
Le case auto, di nuovo al centro della bufera
Volvo e Tesla sono state le prime colpite Case automobilistiche ad annunciare le conseguenze del blocco del Mar Rosso e hanno fatto sapere che la produzione delle proprie fabbriche europee potrebbe fermarsi (il marchio svedese produce la XC40 e la C40 in Belgio, mentre il brand di Elon Musk ha la propria Gigafactory in Germania).
Volkswagen e BMW hanno dichiarato che non ci saranno ripercussioni sulla produzione, ma la nuova tempesta perfetta potrebbe essere appena iniziata.
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