Con il patrocinio di

Sessanta sindaci italiani vogliono portare la guida autonoma sulle strade. Ma l’Europa non è pronta

Sessanta sindaci italiani vogliono portare la guida autonoma sulle strade. Ma l’Europa non è pronta
Dalle metropoli alle province, i sindaci italiani vogliono sperimentare la guida autonoma. Ma senza regole comuni, l’Europa rischia di restare spettatrice.

IN QUESTO ARTICOLO

Sessanta sindaci italiani hanno scelto di esporsi su un tema che fino a poco tempo fa sembrava fantascienza: la guida autonoma. Hanno firmato un impegno per aprire le strade dei propri territori ai test dei veicoli senza conducente, con l’obiettivo di fare dell’Italia un laboratorio diffuso di sperimentazione.

L’iniziativa è stata lanciata a luglio al MEET Digital Culture Center di Milano, durante l’evento Autonomous Driving: Italy in the Front Row, promosso dall’europarlamentare Pierfrancesco Maran. All’appello hanno risposto metropoli come Milano, Torino e Genova, ma anche comuni medi come Segrate e Seregno.

Il confronto con Stati Uniti e Cina

Il contesto internazionale rende evidente l’urgenza. Negli Stati Uniti i robotaxi di Waymo effettuano già oltre 250 mila corse a settimana. In Cina, colossi come Baidu e Pony.ai operano in più di venti città e hanno accumulato milioni di chilometri in modalità autonoma.

L’Europa invece resta indietro. I progetti ci sono, da Parigi a Monaco fino a Modena, ma sono frammentati e spesso limitati. Mancano un quadro normativo comune, regole assicurative dedicate e procedure di omologazione snelle. Il risultato: tanta sperimentazione a macchia di leopardo, ma nessuna scala paragonabile a quella di Stati Uniti e Cina.

Perché i sindaci spingono

Per gli amministratori locali, la guida autonoma non è un esercizio di stile tecnologico ma una possibile risposta a problemi quotidiani. Può rendere la mobilità più inclusiva e offrire un servizio a chi non può guidare. Può alleggerire traffico e inquinamento, ridurre i costi della logistica, coprire le zone periferiche escluse dal trasporto pubblico.

«Non è fantascienza, è una rivoluzione urbana», ha dichiarato Paolo Micheli, sindaco di Segrate. «Meno auto private e più diritto alla mobilità per tutti».

Le richieste a Bruxelles

L’entusiasmo dei sindaci, però, non basta. Perché l’Italia diventi davvero un laboratorio di mobilità autonoma serve una spinta politica a livello europeo. Le richieste sono chiare: regole comuni tra i 27 Paesi, coperture assicurative per i veicoli senza conducente, finanziamenti concentrati su progetti di scala significativa.

«L’Europa non può permettersi di perdere anche questa corsa, dopo cloud e intelligenza artificiale», ha avvertito Maran.

L’Italia come banco di prova europeo

Il Paese ha già alcune carte in mano. Torino e Modena ospitano centri di ricerca e sperimentazione avanzata. Milano, con la sua rete di trasporti, è pronta a integrare navette autonome. Coordinare queste esperienze sotto un cappello europeo significherebbe trasformare l’Italia in un banco di prova unico per la mobilità del futuro.

Leggi Anche: I fleet manager europei vogliono IA e guida autonoma

***

CONTINUA A LEGGERE SU FLEETMAGAZINE.COM

Per rimanere sempre aggiornato seguici sul canale Telegram ufficiale e Google News.
Iscriviti alla nostra Newsletter per non perderti le ultime novità di Fleet Magazine.

Iscriviti alla newsletter
Resta sempre aggiornato

Con la newsletter di Fleet Magazine ricevi anteprime, news e approfondimenti dal mondo della Mobilità

Condividi
Leggi anche

CASE AUTOMOBILISTICHE