Per oltre un decennio, Apple CarPlay e Android Auto hanno rappresentato il ponte perfetto tra lo smartphone e l’auto, offrendo un’interfaccia familiare, aggiornata e soprattutto gratuita. Ponte che si è intensificato con Android Automotive, una proposta di OS sempre più scelta perché in grado di replicare al meglio uno smartphone, e perché ben integrata con l’auto.
Eppure, non è sempre una buona idea. Oggi sempre più costruttori automobilistici (di cui l’ultimo è Mazda con la nuova CX-5) stanno facendo marcia indietro. General Motors, Volvo, Polestar e altri stanno progressivamente eliminando il supporto alla smartphone replication, e la scelta di adottare Android Automotive è da alcuni contestata.
General Motors, ma anche Lynk & Co, Nio, Rivian e Zeekr, per non parlare del sistema Tesla, prediligono svilupparsi da soli i loro sistemi, che in quei casi sono anche piuttosto ben funzionanti. Il motivo? Non è (solo) una questione tecnologica: è una questione di controllo dei dati.
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IL PREZZO NASCOSTO DELLA COMODITÀ
Quando si collega lo smartphone all’auto tramite CarPlay o Android Auto, la navigazione, la musica e le interazioni vocali passano direttamente attraverso Apple o Google. Questo significa che i dati generati – dalle destinazioni preferite alle abitudini di guida – finiscono nelle mani delle big tech, non dei produttori automobilistici. Un problema per chi costruisce le auto, perché questi dati rappresentano oggi la chiave per costruire veicoli migliori, più efficienti, più personalizzati.
Le case automobilistiche, in passato, hanno tentato di monetizzare questi dati in modo diretto, vendendoli a compagnie assicurative o utilizzandoli per proposte commerciali. Ma la reazione dei consumatori – e delle autorità – è stata durissima. Celebre è il caso di GM e dell’app OnStar Smart Driver, accusata di trasmettere dati di guida agli assicuratori senza consenso, con effetti diretti sui premi assicurativi. L’FTC è intervenuta vietando a GM di condividere dati sensibili per cinque anni.

Oggi, quindi, l’approccio è cambiato. I costruttori vogliono usare i dati per migliorare l’esperienza utente, e non più per farci profitto. Un cambio di rotta che segna anche una maggiore attenzione alla privacy – almeno sulla carta.
Se da una parte Apple CarPlay viene progressivamente escluso, dall’altra Google si è ritagliata un ruolo dominante grazie a Android Automotive OS – un sistema operativo integrato direttamente nelle auto, e non da confondere con Android Auto.
GM, ad esempio, ha abbandonato Android Auto, ma ha adottato Android Automotive, e come lei Volvo (Polestar, Renault e Mazda supportano ancora la smartphone replication). Questo consente agli utenti di accedere a Google Maps, Google Assistant e Google Play direttamente dallo schermo dell’auto, senza bisogno del telefono. Per i costruttori, i dati restano “in casa” o comunque vengono condivisi in modo più controllato rispetto a un’app proiettata dallo smartphone – anche se non in toto.
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IL RISCHIO PER LA “LIBERTÀ DIGITALE”
C’è una questione fondamentale: gli utenti rischiano di perdere il controllo sul modo in cui usano l’auto. Se il sistema operativo dell’auto è interamente gestito da un costruttore o da Google, le possibilità di personalizzazione si riducono, così come l’interoperabilità tra dispositivi.
GM, ad esempio, ha recentemente vietato ai concessionari di installare moduli aftermarket per abilitare Apple CarPlay sui suoi nuovi veicoli elettrici, sostenendo rischi per la sicurezza. Una mossa che, al di là delle ragioni tecniche, evidenzia la volontà di controllare ogni aspetto del software a bordo.
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