L’attacco militare congiunto degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran iniziato la mattina del 28 febbraio 2026 ha provocato un’impennata dei prezzi dei carburanti a causa dell’instabilità in una delle regioni più critiche per l’energia mondiale.
Dall’inizio degli attacchi aerei israeliani e statunitensi contro l’Iran, i prezzi del petrolio sono aumentati di circa il 50 per cento.
Impatto al distributore
Il prezzo alla pompa è in crescita. La benzina in modalità self è passata da una media nazionale di 1,672 euro al litro del 27 febbraio a circa 1,70 – 1,82 €/litro lunedì 9 marzo. Il diesel nello stesso periodo è salito da 1,723 a 1,81 – 1,94 €/litro, e in diverse aree ha superato la soglia dei 2 euro al litro. Sull’Osservaprezzi Carburanti del Mimit si possono tenere monitorati i prezzi.
Il timore è che aumenti più consistenti possano verificarsi nei prossimi giorni. Dall’inizio degli attacchi aerei israeliani e statunitensi contro l’Iran, i prezzi del petrolio sono aumentati di circa il 50 per cento.
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Secondo i modelli storici, ogni aumento di 10 dollari nel prezzo del barile si traduce in un incremento di circa 6-8 centesimi al litro alla pompa.

Lunedì 9 marzo è stato raggiunto il record di 119.5 dollari statunitense a barile.
Anche il Brent ha superato i 100 dollari al barile lunedì, dopo aver registrato in precedenza un aumento fino al 29% a causa dei tagli alla produzione da parte dei principali produttori mediorientali a seguito delle interruzioni nello Stretto di Hormuz.
La chiusura dello Stretto di Hormuz
Ogni volta che un conflitto coinvolge l’Iran (come accaduto con gli attacchi israeliani a giugno 2025) si teme per la chiusura dello stretto di Hormuz.
L’Iran, infatti, si affaccia sullo stretto di Hormuz, che collega il Golfo Persico con il Golfo di Oman e, quindi, all’Oceano Indiano. Il petrolio dal Golfo Persico deve passare attraverso questa via per raggiungere i principali mercati asiatici.

Lo Stretto di Hormuz è considerato il “punto di strozzatura” più critico del mercato energetico globale. Basta un rallentamento dei transiti per trasformare una crisi regionale in uno shock energetico mondiale.
Chiuso o aperto?
Storicamente, lo Stretto di Hormuz non è mai stato chiuso del tutto e in modo permanente. La situazione che si verifica oggi a causa del conflitto in corso, quindi, è senza precedenti.
Sebbene l’Iran dichiari lo Stretto di Hormuz ufficialmente “aperto”, la sicurezza della navigazione è di fatto inesistente, rendendo il transito impraticabile per la maggior parte degli operatori. Teheran ha ha esplicitamente avvertito che colpirà qualsiasi nave battente bandiera degli Stati Uniti o di Israele.
Le reazioni dei mercati
Gli analisti stimano che i prezzi del petrolio potrebbero arrivare anche a 150 dollari al barile (in caso di blocco totale e prolungato). Le stime non riflettono solo la mancanza fisica di petrolio, ma le reazioni dei mercati: in caso di ostilità, i costi assicurativi per le petroliere che osano navigare nell’area diventano proibitivi, inoltre i trader acquistano futures sul petrolio scommettendo su una scarsità prolungata, spingendo il prezzo verso l’alto prima che le scorte reali finiscano.
In Italia l’Associazione Assoutenti ha denunciato sospetti di speculazione e chiesto l’intervento dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust) e della Guardia di Finanza.
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