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I costi della manutenzione aumenteranno (anche) a causa della carenza di lubrificanti e oli motore sintetici

I costi della manutenzione aumenteranno (anche) a causa della carenza di lubrificanti e oli motore sintetici
La crisi dello Stretto di Hormuz sta colpendo una materia prima invisibile ma essenziale per il settore auto: le basi oleose per lubrificanti. Negli Usa la crisi è conclamata, l'Europa è esposta e per l'Italia è un problema molto rilevante.

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La chiusura dello Stretto di Hormuz avrà impatti anche sulla catena di produzione e distribuzione dei lubrificanti auto. L’olio che troviamo sugli scaffali e che il meccanico utilizza per la manutenzione ordinaria delle vetture infatti è composto di una materia prima, le basi oleose del Gruppo III, indispensabili per produrre i lubrificanti sintetici richiesti dalla maggior parte dei motori moderni, che stanno avendo un calo significativo di disponibilità (e un conseguenze innalzamento dei prezzi nei prossimi mesi) a causa della guerra in Iran.

Mancano oli e lubrificanti per i motori e li pagheremo cari

La dipendenza europea da quella regione del mondo è strutturale: già nel 2025, il 72% delle importazioni europee di basi del Gruppo III proveniva dall’area del Golfo Persico e ora, con lo Stretto di Hormuz chiuso al traffico commerciale (con poche decine di navi in grado di superare il Golfo ogni mese, a fronte delle centinaia che lo facevano fino a pochi mesi fa ogni giorno), questa fornitura si è praticamente azzerata.

Secondo Argus Media, che si occupa di commodity energetiche, i prezzi delle basi del Gruppo III nel nord Europa sono quasi raddoppiati dall’inizio della guerra e a peggiorare il quadro ci sono i danni subiti da uno degli impianti in Qatar colpiti da missili iraniani (Pearl Gas-to-Liquid di Shell), che hanno ridotto la disponibilità di oli GTL finora utilizzati come alternativa.

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I produttori si stanno spostando sulle basi HC (o idrocraccate), ma anche quel segmento registra rincari fino al 50%.

Il secondo produttore mondiale basi oleose di Gruppo III sarebbe la Corea del Sud, ma Seul ha introdotto limiti obbligatori all’esportazione di raffinati per tutelare le proprie scorte interne.

COME SI MUOVONO I GOVERNI?

Oltreoceano, il 24 marzo 2026, l’American Petroleum Institute ha attivato il meccanismo di Emergency Provisional Licensing, concedendo fino a 90 giorni di flessibilità per sostituire le basi oleose pur mantenendo la certificazione — con possibilità di proroga.

In Europa, la UEIL (Union of the European Lubricant Industry) non ha ancora richiesto misure analoghe, ma ha dichiarato che le interruzioni dureranno probabilmente mesi, anche dopo la riapertura dello stretto. L’ATIEL, associazione europea di settore, ha iniziato a guardare per la prima volta alle basi rigenerate come alternativa certificabile: è un segnale che la crisi è una “sorvegliata speciale” anche per questo settore, pur senza allarmi formali.

Comunque le carenze stanno iniziando ad emergere: prezzi del Gruppo III hanno superato i 10 dollari al gallone, livelli storicamente record, e il mercato secondo ILMA (Independent Lubricant Manufacturers Association) resterà in carenza di prodotto, rispetto alla domanda, almeno fino al 2027.

I RISCHI PER L’ITALIA

Per l’Italia, il rischio è amplificato da una filiera automotive già in crisi. I dati ANFIA (su elaborazioni ISTAT) mostrano che nel 2025 la produzione industriale del comparto ha segnato un calo del 10,3% rispetto all’anno precedente, con la fabbricazione di autoveicoli in contrazione del 15,3%. In questo contesto che si inserisce la pressione sulle forniture di lubrificanti: le officine segnalano già difficoltà nel reperire referenze specifiche, e i motori di ultima generazione (che per essere tecnici richiedono viscosità basse, come 0W-8, 0W-16 o 0-20) non tollerano sostituzioni “improvvisate” perché c’è il rischio di danni meccanici.

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