Il titolo del piano che la Commissione europea ha presentato il 20 luglio, in vista di una stagione fredda segnata dalla crisi del gas, è piuttosto esplicativo: “Risparmiare gas per un inverno sicuro”. La direttiva ha l’obiettivo di ridurre di un terzo l’impatto di una potenziale interruzione del gas russo.

IL PIANO PER RISPARMIARE GAS
Il problema che l’Ue spera di riuscire ad arginare proprio con il piano di risparmio energetico è l’impossibilità di arrivare alla quota minima di stoccaggio di gas stabilita dall’Unione (l’80%), dal momento che ad oggi siamo al di sotto del 70%.
Lo stesso piano “Risparmiare gas per un inverno sicuro” suggerisce l’abbassamento del riscaldamento a 19 gradi negli edifici pubblici. Ma ciò non sarà sufficiente.

Nella migliore delle ipotesi, riusciremo a raggiungere il 71%, il che significa che servirà attingere ai fondi di REPower EU e dei PNRR nazionali per incentivare le aziende a tagliare i propri consumi. Un grosso problema, soprattutto per le industrie maggiormente energivore che si potrebbero trovare costrette a chiudere gli impianti (si pensi ad un altoforno, che ha bisogno grosse quantità di energia per rimanere operativo e non può semplicemente spegnersi o accendersi una volta raggiunta la soglia).
L’idea contenuta nel documento della Commissione poi è anche quella di allentare temporaneamente i limiti ambientali per le centrali a carbone. In poche parole, far ripartire tutte le centrali a carbone, proprio ora che ci apprestiamo ad entrare nel vivo del Green Deal.
LE CENTRALI A CARBONE IN ITALIA
In Italia attualmente sono ancora attive 7 centrali a carbone, in attesa di spegnimento o di conversione prima dello scoppio conflitto tra Russia e Ucraina (ancora nel 2017, il governo italiano annunciava, nel contesto del Pnrr, il phase-out, ovvero l’uscita dal carbone entro il 2025), oggi destinare a lavorare a pieno regime.

Nel 2019 la produzione delle centrali termoelettrica soddisfava il 4,4% del fabbisogno energetico italiano.
Le centrali attive oggi sono:
- Portovesme, Sardegna, Enel, 480 MW
- Torrevaldaliga Nord, Lazio, Enel, 1.980 MW
- Porto Torres, Sardegna, Enel, 600 MW
- La Spezia, Liguria, Enel, 682 MW
- Fusina, Veneto, Enel, 976 MW
- Monfalcone, Friuli Venezia Giulia, A2A, 336 MW
- Brindisi Nord, Puglia, A2A, 2.640 MW
Ci sono poi le centrali parzialmente o di recente chiuse, che potrebbero riprendere a lavorare:
- La Spezia, Liguria, centrale Eugenio Montale, 682 MW, spenta a dicembre del 2021
- Vado Ligure, Liguria, 800 MW, chiusa nel 2016
- Venezia, Veneto, centrale Andrea Palladio, 976 MW, chiusura parziale
- Brindisi, Puglia, centrale Federico II, 2640 MW installati, chiusura parziale, è considerata tra le più grandi d’Europa
- Saline Joniche, Calabria, attualmente in costruzione (nonostante il piano di chiusura degli impianti nel 2017)
DA DOVE ARRIVA IL CARBONE
L’Italia non possiede giacimenti di carbone, ad eccezione del bacino sardo del Sulcis Iglesiente, non più attivo dal 2015. Il 90% del carbone che bruciamo è importato. Per la precisone arriva via mare da Stati Uniti, Sudafrica, Australia, Indonesia, Colombia, Canada, Cina, Russia e Venezuela.

Nel 2020 dalle sole Russia, USA, Colombia e Australia abbiamo importato 7,1 milioni di tonnellate di carbone.
COME FUNZIONA UNA CENTRALE TERMOELETTRICA
Le centrali termoelettriche producono energia elettrica a partire dalla combustione di carbone con un processo concettualmente molto semplice: il carbone bruciato riscalda l’acqua in un serbatoio che genera vapore. Questo, altamente pressurizzato, fa girare le pale di una turbina collegata a un generatore di energia elettrica chiamato alternatore.

PIÙ EMISSIONI DEL PETROLIO
Nella risoluzione parlamentare presentata da Stella Bianchi nel dicembre dell’anno scorso in previsione della Cop21 di Parigi, la deputata Pd chiariva: “Le emissioni di CO2 provenienti dalla combustione del carbone arrivano a essere del 30% superiori a quelle del petrolio e del 70% superiori a quelle del gas naturale“. Oltre a questo, come ha voluto sottolineare Bianchi, “la pericolosità del carbone è aggravata dal fatto che, oltre al biossido di carbonio, vengono dispersi nell’ambiente mercurio, piombo, arsenico, cadmio e altri metalli pesanti“.
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