Anche Acea si è mossa per segnalare alla Commissione europea il rischio che il mercato auto britannico e l’industria europea corrono con l’avvicinarsi al 1 gennaio: secondo l’accordo commerciale siglato dalle due sponde della Manica post-Brexit, da gennaio 2027 verranno introdotti i dazi che faranno lievitare del 10% il costo di auto elettriche, furgoni e componenti, con ricadute dirette sulle flotte aziendali.
L’associazioni quindi ha inviato una lettera alla Commissione, chiedendo di negoziare una regola più flessibile sul requisito di assemblaggio dei pacchi batteria fino alla fine del 2029, per scongiurare l’introduzione dei dazi.
Il nodo riguarda le cosiddette “regole di origine” (ROO) per le batterie, previste dall’Accordo di commercio e cooperazione tra Ue e Regno Unito, che richiedono che le batterie siano prodotte in Europa, ma la maggior parte dei costruttori continua a dipendere da batterie fabbricate in Cina.
Il problema, per noi, è che il Regno Unito rappresenta il primo mercato di esportazione per i costruttori dell’Ue: il prossimo anno dovrebbero attraversare la Manica 520.000 tra auto e veicoli commerciali elettrici, per un valore complessivo stimato in 17,9 miliardi di euro.
Cosa succede all’export europeo?
Secondo l’associazione dei costruttori europei Acea, l’82% delle esportazioni dalla Ue, pari a 426.000 veicoli, non soddisferà i requisiti delle regole di origine e sarà quindi soggetto a un dazio doganale del 10%, con un aumento dei costi per le flotte e per i clienti privati.
Il conto totale per il 2027 sarebbe di 1,47 miliardi di euro, con un rincaro di circa 3.500 euro per la gran parte delle auto elettriche prodotte nell’Ue e vendute ai clienti britannici. Un aggravio che penalizzerebbe la competitività dei veicoli europei, già sotto pressione per la concorrenza dei costruttori cinesi.
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Sul fronte britannico, la preoccupazione riguarda l’Industrial Accelerator Act dell’Ue, che rischia di escludere veicoli e componenti realizzati nel Regno Unito dalle disposizioni “Made in Europe”. La SMMT, l’associazione che rappresenta i costruttori britannici, chiede a Bruxelles di riconoscere veicoli, componenti e materiali costruiti nel Regno Unito come equivalenti a quelli dell’Ue. In questo modo i veicoli britannici avrebbero accesso agli stessi incentivi previsti per i prodotti europei, come il sostegno alle flotte aziendali più sostenibili e i super crediti di CO2, oltre all’inclusione nei programmi di appalti pubblici degli Stati membri.
Le filiere transfrontaliere restano profondamente integrate nonostante la Brexit e che l’interscambio complessivo vale 80 miliardi di euro l’anno, a sostegno di occupazione, crescita e investimenti: escludere il Regno Unito dal “Made in Europe” sarebbe un autogol, che indebolirebbe la competitività, ridurrebbe la scala produttiva e limiterebbe la scelta dei consumatori, sostiene l’associazione britannica.
Il primo rinvio, che aveva mantenuto regole di scambio “flessibili”, risale al 2023, ora l’Acea chiede un “lasciapassare” fino alla fine del 2029 e dal 2030, secondo la proposta, le regole di origine dovrebbero diventare più stringenti, richiedendo la produzione delle celle delle batterie di auto e veicoli commerciali nell’Ue o nel Regno Unito per ottenere l’origine preferenziale. Questa deadline, secondo Acea rispecchierebbe meglio il livello di sviluppo dell’industria europea delle batterie attuale.
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