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Le case auto più colpite dai dazi di Trump: come risponderanno?

Le case auto più colpite dai dazi di Trump: come risponderanno?
Quali sono i gruppi automobilistici maggiormente colpiti dai dazi imposti dal presidente Usa Donald Trump.

IN QUESTO ARTICOLO

Ha fatto tremare l’industria automotive mondiale la scelta di Donald Trump di imporre dazi al 25% su tutti i veicoli prodotti al di fuori degli Stati Uniti. Una misura applicata non soltanto alle automobili già assemblate, ma anche a componenti come motori e trasmissioni. Una decisione, quella del presidente Usa, che impatta l’intero mercato ma che colpisce alcune case più di altre. Ecco quali, perché e, soprattutto, quali sono le loro strategie per limitare i danni.

 

LE CASE AUTO COLPITE DAI DAZI

Porsche e Mercedes le più a rischio

Al quinto posto – dopo Messico, Giappone, Sud Corea e Canada – tra i maggiori importatori di veicoli negli Stati Uniti c’è la Germania. Saranno proprio le case tedesche, dunque, le più colpite dai nuovi dazi. Secondo le stime Bloomberg, la più colpita sarà Porsche, i cui impianti sono tutti in Germania, più uno a Bratislava, quello in Slovacchia dove si produce la Cayenne, e un piccolo stabilimento in Malesia dedicato al mercato asiatico. L’assenza di fabbriche in Usa potrebbe costare a Porche una riduzione fino a un quarto degli utili operativi previsti per il 2026.

Grande preoccupazione anche per Mercedes-Benz che, sempre secondo le analisi Bloomberg, rischia un danno pari a 3,4 miliardi di euro. La casa della stella è quella con il volume di esportazione maggiore e che, oltre a inviare più veicoli negli Stati Uniti che in qualsiasi altro paese, conta sugli acquirenti nordamericani per la vendita dei modelli con il maggior margine di guadagno, come ad esempio la Classe S.

Leggi Anche: Gli effetti che non ti aspetti dai dazi di Trump

La risposta di Ferrari e i rischi dei brand del lusso

Non è rimasta con le mani in mano Ferrari, per cui gli Stati Uniti hanno rappresentato fino ad oggi il mercato più fruttuoso. In risposta ai dazi in partenza da aprile, la casa di Maranello – che non è disposta a spostare la sua produzione Made in Italy – ha annunciato un aumento di listino fino al 10% per i modelli in arrivo negli States.

Così come per il cavallino rampante, anche l’altrettanto lussuosa Bentley esporta principalmente negli Usa. E, considerata la mancanza di stabilimenti in Usa, la casa britannica potrebbe rimetterci, al pari degli altri brand britannici, un calo dei profitti tra i 2 e i 5 miliardi di euro nei prossimi anni. Guai anche per Jaguar Land Rover, a rischio fino a 3,4 miliardi per via della sua significativa presenza sul mercato statunitense.

Guai anche per la statunitense GM

Gli effetti negativi della politica protezionistica di Donal Trump colpisce anche i suoi connazionali. Tra tutti, il gruppo General Motors. Se è vero che circa il 52% dei veicoli del brand è assemblato nello stabilimento di Detroit, così come specifica un’analisi di Barclays, l’altra metà è importata da paesi esteri. Nello specifico, il 30% arriva dal Messico e un 18% circa da altre parti del mondo, soprattutto dalla Corea del Sud. In Messico, dichiara S&P Global Ratings, General Motors produce tra l’altro le vetture più apprezzate dal mercato statunitense, nonché quelle con il margine più alto: i grandi pick-up.

La strategia di Hyundai piace anche a Trump

Hyundai ha sì una base produttiva in Nord America, ma la gran parte della componentistica arriva dall’Asia e, come già spiegato, anche questa sarà soggetta ai nuovi dazi. In risposta, la casa coreana ha scelto di spostare molta della sua produzione negli Stati Uniti, con un massiccio piano di investimenti da 21 miliardi di dollari. 5,8 miliardi saranno devoluti alla realizzazione di un nuovo impianto siderurgico in Louisiana, con la creazione di quasi 1500 nuovi posti di lavoro. Altri 9 miliardi serviranno ad aumentare la produzione nazionale, con l’obiettivo di 1,2 milioni di unità all’anno.

LE CASE AUTO CHE RISCHIANO MENO

Tesla è la vera vincitrice

Mentre il patron Elon Musk esulta, da casa Tesla arriva grande preoccupazione per i dazi. Infine, però, stavolta forse Musk aveva ragione. La sintesi dell’analisi condotta da Bernstein è “Tesla vince, Detroit sanguina”. Il brand di veicoli elettrici assembla la quasi totalità dei suoi veicoli negli Usa, tra California e Texas e dall’interno dei confini nazionali arriva anche gran parte della componentistica. Qualcosa dall’estero, naturalmente, arriva. Il rincaro dei prezzi, tuttavia, potrebbe essere appianato dall’aumento dei prezzi cui saranno costretti i competitor, che potrebbero rendere Tesla una delle elettriche con il più alto rapporto qualità prezzo del mercato.

 

Stellantis non si preoccupa

La paura, per Stellantis, c’è ma è fioca. Grazie anche all’eredità Jeep, sono ben 16 gli stabilimenti nordamericani del gruppo, che lì produce il 57% dei modelli destinati al mercato statunitense. Importante anche la produzione in Messico, dalle cui fabbriche escono i veicoli Jeep e Ram, ma il paese ai confini con gli Usa gode dell’accordo USMCA e non risente, come altri, dei nuovi dazi.

Per quel che riguarda la produzione italiana di Stellantis, bisognerà aspettare per capire l’impatto sull’esportazione di Fiat 500 elettrica, Alfa Romeo Giulia, Tonale e Stelvio e Jeep Compass e Renegade. Modelli prodotti in Italia ma esportati negli Usa in numeri contenuti.

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