Nel tavolo “Mobility Management e case histories”, moderato da Giulio Lerose, le esperienze di Dario Ostino e Mirko Baruffini hanno riportato il confronto su un piano concreto: la transizione della mobilità aziendale non si misura solo dalle tecnologie introdotte, ma da quanto queste riescono davvero a entrare nell’organizzazione quotidiana delle imprese.
Auto elettriche, infrastrutture di ricarica, piattaforme digitali, travel sharing, formazione dei dipendenti. Sono strumenti ormai entrati nel lessico della mobilità aziendale. Ma tra l’annuncio di una soluzione e il suo utilizzo reale c’è una distanza che le aziende devono imparare a colmare.
È uno dei temi emersi durante Drive the Change: Fleet & Mobility Management, l’evento organizzato da LabSumo e dall’Osservatorio Connected Vehicle & Mobility del Politecnico di Milano. Dopo il confronto su dati, connettività, intelligenza artificiale, ADAS e integrazione dei veicoli elettrici nelle flotte aziendali, il tavolo “Mobility Management e case histories” ha dato spazio a due esperienze operative: quella di Dario Ostino, Associato di Best Mobility, e quella di Mirko Baruffini, Direttore Generale di BePooler.
Il punto comune dei due interventi è emerso con chiarezza: la mobilità sostenibile funziona solo quando diventa semplice da usare, comprensibile per i dipendenti e coerente con i processi dell’azienda.
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L’elettrificazione non finisce con la consegna dell’auto
Dario Ostino ha raccontato un progetto di elettrificazione avviato nel 2017, con una prospettiva di lungo periodo e l’obiettivo di accompagnare la progressiva conversione della flotta aziendale verso veicoli alla spina.
Non si tratta soltanto di sostituire auto tradizionali con modelli elettrici o plug-in hybrid. Il progetto, per funzionare, ha dovuto costruire attorno ai veicoli un sistema di supporto: condivisione dei mezzi, installazione di infrastrutture di ricarica presso le sedi aziendali e, dove previsto, anche presso le abitazioni dei dipendenti.

A questo si aggiunge l’utilizzo di una carta carburante ibrida, pensata per consentire anche le ricariche presso le colonnine pubbliche. È un dettaglio operativo, ma nella gestione di una flotta può diventare decisivo. Se ricaricare è complicato, se le procedure sono poco chiare o se gli strumenti non sono integrati, il rischio è che il veicolo elettrico venga usato meno o peggio di quanto potrebbe.
“Accompagniamo il progetto in modo che i mezzi vengano utilizzati in maniera corretta e sostenibile, sia dal punto di vista ambientale sia dal punto di vista economico”, ha spiegato Ostino. Il passaggio è importante perché sposta l’attenzione dal veicolo al contesto che ne rende possibile l’utilizzo. L’elettrificazione di una flotta non è solo una scelta di prodotto: richiede infrastrutture, regole, strumenti di pagamento, formazione e nuove abitudini.
Il ruolo dei dipendenti
Nel racconto di Ostino emerge anche un altro punto: il comportamento dei dipendenti conta. Una flotta elettrificata può essere ben progettata, ma se chi la utilizza non è formato, una parte del potenziale rischia di andare persa.
Un’auto elettrica o plug-in hybrid richiede attenzioni diverse rispetto a un’auto tradizionale. Cambiano la gestione della ricarica, l’uso dell’autonomia, lo stile di guida e la percezione dei consumi. Su flotte numerose, anche un piccolo miglioramento nell’utilizzo quotidiano può produrre benefici rilevanti, non solo sul piano economico ma anche su quello della sicurezza.
“È importante puntare sulla formazione e sull’educazione, spiegando quali risparmi può portare un buon utilizzo dell’auto”, ha osservato Ostino. Nel suo intervento è stato richiamato anche il tema dell’impatto ambientale. La sostenibilità non dipende soltanto dal tipo di alimentazione del veicolo, ma anche da come viene utilizzato e dall’energia necessaria per alimentarlo. È un richiamo utile, perché evita una lettura troppo semplificata della transizione: l’elettrico è una parte della risposta, non una soluzione automatica a tutti i problemi.
Mobilità condivisa, il punto debole resta la complessità
La seconda case history ha spostato l’attenzione sulla mobilità condivisa. Mirko Baruffini ha presentato BePooler come operatore digitale focalizzato sul travel sharing, con l’obiettivo di inserirsi in un sistema capace di integrare diversi mezzi e modalità di trasporto.

Il nodo, in questo caso, è la semplicità. Oggi chi deve spostarsi per lavoro può trovarsi davanti a tariffe diverse, applicazioni separate, regole non immediate e sistemi che non dialogano tra loro. Anche quando esiste un’alternativa all’auto individuale, non è detto che venga percepita come davvero praticabile. “L’idea è facilitare la user experience, andando oltre tariffe diverse e sistemi di utilizzo complicati”, ha spiegato Baruffini. È un tema concreto. La mobilità condivisa può avere un ruolo nella gestione degli spostamenti aziendali, ma solo se non aggiunge complessità. Deve essere facile da capire, semplice da usare e coerente con le esigenze reali dei dipendenti. In caso contrario resta una possibilità teorica, non una scelta quotidiana.
La transizione passa anche dalle risorse umane
Baruffini ha richiamato anche il ruolo della formazione e del coinvolgimento interno. La mobilità sostenibile non riguarda soltanto il mobility manager o il fleet manager. Coinvolge le risorse umane, l’organizzazione del lavoro e, soprattutto, le persone che ogni giorno devono scegliere come spostarsi.
Per questo incontri, attività formative e momenti di accompagnamento diventano parte del processo. Una piattaforma può rendere possibile una nuova modalità di spostamento, ma non basta a garantirne l’adozione. I dipendenti devono capire come funziona, quando usarla e perché può essere utile. La questione non è chiedere alle persone di cambiare abitudini dall’oggi al domani. È costruire alternative credibili, semplici e misurabili, che possano entrare nella routine aziendale senza essere percepite come un ostacolo in più.
Le case history presentate a Drive the Change raccontano una fase ormai evidente della mobilità aziendale. Gli strumenti ci sono: veicoli elettrici e plug-in, colonnine, carte dedicate, piattaforme digitali, servizi di travel sharing e percorsi di formazione. La difficoltà, ora, è farli funzionare insieme.
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