La spina dorsale dell’economia italiana scorre lungo strade, cantieri, depositi e quartieri urbani. È fatta di impiantisti che attraversano le città all’alba, corrieri che sostengono l’e-commerce, squadre di manutenzione che tengono in efficienza edifici e spazi pubblici, ristoratori itineranti e tecnici specializzati.
A unire questi mondi, spesso distanti per dimensione e funzioni, è un elemento tanto semplice quanto indispensabile: il veicolo commerciale leggero. Intorno a questo mezzo quotidiano prende forma un universo produttivo che genera valore, occupazione e gettito per lo Stato. La ricerca condotta dall’Università Bocconi in occasione dei 60 anni di Ford Transit misura il peso di questo ecosistema, tracciandone l’evoluzione su un quarto di secolo.
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Cosa sono i i settori “van-reliant” e quanto producono
Il perimetro osservato riprende la tassonomia dei settori “van-reliant” consolidata negli studi europei del CEBR: costruzioni e impiantistica, trasporto su strada e corrieri, logistica e servizi di supporto, ristorazione mobile, pulizie e manutenzione del verde, sicurezza, allestimenti e riparazione di beni personali.
Tutte attività in cui il servizio è materialmente inseparabile da un mezzo capace di muovere persone, attrezzature e materiali fino all’ultimo miglio. Non è un caso che le percorrenze medie annue degli LCV superino di gran lunga quelle delle auto private, a conferma della loro funzione produttiva.
Tradotta nelle categorie ATECO italiane, questa costellazione di attività esprime un valore aggiunto stimato fra i 100 e gli 110 miliardi di euro l’anno, pari a circa il 5% del PIL nazionale (il settore automotive si aggira intorno la 10%).
A pesare maggiormente sono le costruzioni specializzate e i trasporti su strada, affiancati da ristorazione e servizi postali-logistici. La mappatura non è priva di limiti: alcune classificazioni ATECO sono più ampie delle reali attività LCV-intensive, circostanza che tende a sovrastimare la quota direttamente attribuibile ai van. Ma l’ordine di grandezza resta solido e conferma il ruolo strutturale dei veicoli commerciali leggeri nell’economia italiana.
Un quarto di secolo di economia
La serie storica 2000–2024 delinea con chiarezza le trasformazioni del settore. I primi anni Duemila sono una fase di espansione sospinta dal ciclo edilizio, con un aumento del valore aggiunto di quasi 24 miliardi.
La crisi finanziaria del 2007 segna però una brusca frenata, soprattutto nei comparti delle costruzioni, seguita da un recupero progressivo nella seconda metà degli anni Dieci grazie all’irruzione dell’e-commerce e alla diffusione dei servizi di assistenza tecnica.
L’ultimo quinquennio rappresenta l’accelerazione più netta: dopo lo shock della pandemia, la riorganizzazione dei servizi territoriali, l’ultimo miglio e le manutenzioni programmate riportano il perimetro su un sentiero di crescita che culmina nel massimo storico di 107,9 miliardi nel 2024, a fronte dei 55,5 miliardi del 2000.
Quanti posti di lavoro creano gli LCV?
L’occupazione segue un percorso analogo. Gli addetti dei settori van-intensive salgono da poco più di un milione nel 2000 a 1,53 milioni nel 2024, con un balzo particolarmente forte negli ultimi anni. La natura labour-intensive di molte attività – dai cantieri ai corrieri, dalle pulizie alla ristorazione – fa sì che ogni ripartenza della domanda si traduca velocemente in nuovi posti di lavoro, rendendo questi comparti tra i più capillari e territorialmente diffusi del Paese.
Il valore aggiunto per occupato passa da circa 55 mila euro a oltre 70 mila, un salto che non dipende solo dai volumi ma dalla crescita dell’intensità organizzativa e digitale: routing ottimizzato, telematica, software di gestione flotte, standard di servizio più stringenti. È la trasformazione del veicolo in una piattaforma connessa, dove meccanica e dati si intrecciano per aumentare l’efficienza del lavoro in mobilità.
Sul fronte fiscale, l’analisi applica al valore aggiunto un’aliquota media nazionale per stimare il gettito attribuibile al perimetro. È una proxy prudenziale, che non pretende di isolare l’effetto diretto dei veicoli, ma restituisce una lettura coerente nel tempo: nel 2024 il gettito stimato è di 31,1 miliardi nello scenario base e 44,8 miliardi includendo i contributi sociali, con un andamento che replica fedelmente la traiettoria del valore aggiunto e suggella la ripresa post-pandemia.
La resilienza mostrata dopo la pandemia conferma che i veicoli commerciali leggeri sono, a tutti gli effetti, un’infrastruttura del lavoro: quando si rimette in moto l’economia reale, sono i primi a tornare in strada. E il 2024, con i suoi massimi storici di valore, occupazione e gettito, indica che le filiere stanno imparando a combinare meglio mezzi, persone e organizzazione, aprendo una nuova fase per la mobilità produttiva italiana.
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