Il comparto automotive resta un pilastro industriale per l’Italia: oltre 2.100 imprese e circa 300.000 addetti complessivi, di cui 200.000 direttamente legati all’automotive, generano un fatturato aggregato di 120 miliardi di euro. Tuttavia, questa base produttiva si fonda ancora in larga misura su una specializzazione metalmeccanica tradizionale, strettamente connessa ai motori a combustione interna. E questo per il futuro dell’industria è un problema.
È quanto emerge dall’Osservatorio sulle trasformazioni dell’ecosistema automotive italiano 2025, realizzato dall’Osservatorio TEA e dalla Venice School of Management dell’Università Ca’ Foscari.
Il passaggio all’elettrico distruggerà l’industria dell’auto italiana?
L’elettrificazione implica infatti l’abbandono di numerosi componenti tipici dei powertrain endotermici – pistoni, valvole, sistemi di scarico – sostituiti da batterie, elettronica di potenza e software. Una trasformazione che non è solo tecnologica, ma anche industriale: intere catene di fornitura rischiano di ridursi o scomparire, mentre emergono nuovi segmenti ancora poco presidiati dalle imprese italiane.
Secondo lo studio, il 16% delle aziende della filiera presenta un profilo di rischio legato alla transizione. Si tratta soprattutto di PMI, spesso posizionate nei livelli intermedi della catena del valore e fortemente concentrate nel Nord-Ovest, con una dipendenza significativa, anche se non esclusiva, dalla domanda di grandi gruppi come Stellantis.

All’interno di questo perimetro, quasi un terzo delle imprese è classificato ad alto rischio (quindi circa il 5-6% del totale), in quanto ancora fortemente ancorato a componenti tradizionali e privo di competenze nei segmenti elettrici.
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L’impatto potenziale sull’occupazione è tutt’altro che marginale. L’Osservatorio stima in circa 22.650 i lavoratori esposti, pari all’11% degli addetti della componentistica automotive. Una cifra che, pur definita “prudente”, restituisce la dimensione di una transizione che non sarà neutrale dal punto di vista sociale.
Il rischio è concentrato soprattutto nelle attività più legate alla meccanica tradizionale, mentre risultano relativamente più protette le imprese attive in lavorazioni trasversali o già coinvolte in tecnologie elettriche.
Il quadro è reso più complesso dalla struttura stessa della filiera italiana, fortemente frammentata e dominata da piccole e medie imprese: oltre il 56% ha meno di 50 addetti. Una configurazione che garantisce flessibilità, ma limita la capacità di investimento in ricerca, sviluppo e riconversione tecnologica. Al contrario, i segmenti chiave della nuova mobilità – elettronica, software, gestione dell’energia – restano ancora sottodimensionati.

Non sorprende, quindi, che le aspettative delle imprese sull’occupazione siano improntate alla cautela. Il 60% non prevede variazioni significative, segnalando un atteggiamento attendista, mentre le previsioni di riduzione superano nettamente quelle di crescita. Anche tra le aziende non a rischio prevale la stabilità, ma con una quota rilevante che anticipa contrazioni dell’organico.
Più che una crisi immediata, emerge dunque una fase di transizione incerta, in cui il vero discrimine sarà la capacità di riconversione. La base metalmeccanica rappresenta ancora un punto di forza, ma rischia di trasformarsi in un vincolo se non accompagnata da un rapido upgrading tecnologico. In questo scenario, il lavoro diventa la variabile più esposta: non tanto in termini di quantità complessiva, quanto di qualità delle competenze richieste.
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