Mercoledì 12 marzo, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione non vincolante sul Libro bianco della difesa da presentare in Commissione il 19 marzo e che conterrà il piano ReArm Europe proposto dalla presidente Ursula von der Leyen. “Si tratta di usare tutte le leve finanziarie a disposizione per il riarmo, l’Europa deve investire massicciamente e urgentemente per il breve e per il lungo termine”, è stato l’annuncio di von der Leyer.
Il piano ReArm Europe prevede la mobilitazione fino a 800 miliardi di euro per la difesa dell’Unione e si divide in 5 punti:
- Attivazione della clausola del Patto di stabilità che consente agli Stati di poter sforare il 3% del deficit per spese nella difesa.
- Prestiti da 150 miliardi di euro agli Stati per investimenti nella difesa.
- Flessibilità nel bilancio europeo.
- Mobilitazione del capitale privato.
- Mobilitazione della Banca europeo per investimenti a sostegno del riarmo.
E si fa sempre più insistente la voce che vedrebbe anche l’industria automobilistica coinvolta nel rafforzamento della produzione bellica, con la possibile trasformazione delle fabbriche di veicoli in stabilimenti per la produzione di armi.
La conversione dell’auto a industria bellica in Italia
È bene ricordare che al Governo italiano preme ben più salvaguardare i posti di lavoro e sollevare il Pil nazionale che proteggere o supportare i costruttori automotive. La reticenza riguardo agli incentivi ne è stata testimone: vendere più auto non è uno degli obiettivi principali della Premier.
Lo ha più volte ribadito Giorgia Meloni, constatando che la vendita di automobili “è destinata a diminuire progressivamente dappertutto” e questo porta “nel medio periodo un serio problema sulla tenuta dell’occupazione”. Cosa fare allora? Se continuare a investire nella produzione di nuovi veicoli sembra un azzardo, pare che Palazzo Chigi già da tempo pensi a replicare il sistema tedesco. Cosa fa la Germania? Sta riconvertendo le fabbriche auto in sofferenza in armamenti. Ed è quello che, secondo il Governo, dovrebbe fare anche l’Italia per “non perdere la filiera”.
Voci di corridoio riportate dal Corriere della Sera affermano che la conversione di una parte delle aziende italiane del settore automobilistico alla componentistica bellica faccia parte di un dossier che già da tempo gira sui tavoli di Palazzo Chigi, già dai tempi delle discussioni sul “caso Stellantis”. Lo stesso ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha affermato: “non si può ignorare che la spesa per la difesa e gli investimenti della difesa hanno anche una ricaduta in termini di crescita economica. È l’elemento da cui devo partire, per quanto riguarda gli interessi del mio ministero”.
Ancora più esplicito è stato, in occasione del tavolo automotive al Mimit di venerdì 14 marzo, il ministro dell’Impresa e del Made in Italy Adolfo Urso: “Siamo un governo responsabile: il nostro obiettivo è mettere in sicurezza le imprese e tutelare i lavoratori. Per questo incentiviamo le aziende della filiera automotive a diversificare e riconvertire le proprie attività verso settori ad alto potenziale di crescita”. E quali sono questi settori? “La difesa, l’aerospazio, la blue economy e la cybersicurezza. Sono comparti in forte espansione e ad alta redditività”. La riconversione industriale, per D’Urso, sarebbe il modo per “salvaguardare e valorizzare le competenze dei lavoratori dell’automotive con le loro capacità tecniche e il capitale umano già formato”.
Al Governo servirebbe tuttavia l’appoggio dell’opposizione che, al momento, non c’è. I parlamentari del Movimento 5 Stelle, con una nota congiunta, hanno richiesto una “dichiarazione chiarificatrice in merito” a Meloni e ai suoi ministri, prendendo le distanze da una decisione che, a parere loro, avallerebbe il “folle progetto di imporre al Paese un’economia di guerra”.
Leonardo frena: “Da auto a carro armato è difficile”
Di piani concreti, tuttavia, al momento non ce n’è. E si dimostra scettico Roberto Cingolani, amministratore delegato di Leonardo S.p.a., la più grande società italiana a controllo pubblico attiva nei settori di difesa, aerospazio e sicurezza. Ai microfoni Ansa che riferiva di eventuali colloqui con Stellantis o altri gruppi automotive, Cingolani ha risposto che “al momento non c’è alcuna discussione in corso con costruttori automobilistici. È troppo presto”.
L’ad spiega anche che riconvertire impianti “dall’automobile al carro armato è un po’ difficile”, ma si potrebbe tuttavia pensare a collaborazioni per “strumenti più leggeri”.
Il destino della fabbrica Audi a Bruxelles
Il 28 febbraio, dopo decenni di onorata attività, lo stabilimento Audi di Forest, vicino Bruxelles, ha chiuso definitivamente i battenti, mandando a casa i suoi 3mila dipendenti. A pesare il mancato successo dell’elettrica Q8 e-tron, che proprio lì veniva prodotta. È un destino comune a numerosi poli di produzione automotive, in stand by o definitivamente chiusi a causa del fatturato nettamente inferiore alle aspettative. Ma cosa ne sarà allora della fabbrica di Bruxelles che, dopo un poderoso restauro poco più di un decennio fa, si era fatta conoscere per l’alta tecnologia e l’attenzione all’ambiente? Potrebbe riconvertirsi in uno stabilimento bellico.
L’annuncio dell’imminente chiusura era stato confermato già a fine 2024. Lo stabilimento Audi soffre della crisi che ha colpito l’intero gruppo Volkswagen: a Forest non si produrranno più automobili. E il grande e innovativo impianto potrebbe essere soggetto a riconversione industriale. L’ipotesi più probabile è che il Belgio ne approfitti per arrivare al 2% di Pil speso in difesa, percentuale minima richiesta dalla Nato (attualmente il Paese si ferma all’1,3%).
“Forse possiamo trasformare la fabbrica in un’unità di produzione per la difesa” ha suggerito Theo Francken, ministro della Difesa belga. “Sono molto impegnato in questo progetto, speriamo che possa avere successo e che tutti gli attori politici lo sostengano”. Servirebbe dunque consenso politico, ma il ministro regionale del Lavoro Bernard Clerfayt ribatte: “Un operatore industriale dovrebbe mostrare interesse a creare una nuova linea di produzione lì”. Resta dunque incerto il futuro dell’ormai ex stabilimento Audi.
La strategia tedesca
In Germania è avvenuto un sorpasso storico. Il Gruppo Volkswagen ha perso – e non succedeva da decenni – il primo per capitalizzazione di mercato nazionale. A superarla è stato Rheinmetall, che produce anche componentistica auto ma, principalmente, si occupa di produzione bellica. È il simbolo della nuova economica tedesca, prima fondata sui motori, oggi orientata all’industria della difesa. E ci crede parecchio il cancelliere Friedrich Merz: “Di fronte alle minacce alla nostra libertà e pace, il principio del ‘whatever it takes’ deve valere anche per la difesa”. E quel whatever it takes implica, per il cancelliere, l’esclusione delle spese militari dal vincolo del pareggio di bilancio.
Come ha risposto l’automotive? Nella conferenza stampa di presentazione degli utili 2024, l’ad del Gruppo Volkswagen Oliver Blume ha affermato che l’azienda è disposta a fare la sua parte nella corsa al riarmo. Mentre Rheinmetall ha dichiarato l’intenzione di acquistare lo stabilimento Volkswagen di Osnabrück (una delle tre fabbriche del brand a rischio chiusura).
Se non con l’opposizione, la Germania dovrà vedersela con l’opinione pubblica e anche con le incertezze derivanti dalla scelta di affidare la propria autonomia a un’industria necessaria solo in caso di crisi. Ipotizzando – anzi, auspicando – che le numerose crisi internazionali in corso troviano presto fine, il boom dell’industria bellica svanirebbe tanto velocemente quanto è esploso.
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