Negli scorsi mesi, negli Stati Uniti, migliaia di driver si sono visti aumentare i costi delle proprie assicurazioni senza alcun tipo di rincaro governativo e senza essere mai stati coinvolti in un sinistro del quale erano responsabili. Come mai? La risposta sembra assurda ma è reale: le case automobilistiche hanno iniziato a condividere i comportamenti di guida dei propri clienti con le compagnie di assicurazione.
Questa storia, riportata in un interessantissimo articolo pubblicato qualche settimana fa dal New York Times, ha come punto di partenza LexisNexis, società americana con sede a New York, specializzata nell’analisi dei dati impiegati dalle assicurazioni nella generazione di profili dei propri clienti.
L’azienda, all’interno della propria mastodontica banca dati, ha un numero impressionante di informazioni relative alle abitudini di guida dei proprietari di veicoli General Motors: Buick, Cadillac, Chevrolet e GMC.

LexisNexis ha al proprio interno una divisione, la Risk Solutions, che si rivolge al settore delle assicurazioni auto e tradizionalmente tiene sotto controllo gli incidenti stradali e le multe.
Ma oltre a sinistri e contravvenzioni, l’azienda ha raccolto dati che tracciano un resoconto completo di ogni uscita compiuta dai driver negli ultimi mesi. Al loro interno venivano elencate distanza percorsa, eccessi di velocità (non rilevati da tutor o autovelox), frenate e accelerazioni brusche. L’unica informazione omessa, per ovvi motivi di garanzia della privacy, erano i luoghi nei quali si era compiuto lo spostamento.
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E le assicurazioni fanno pagare di più i loro clienti (che strano)…
Gli effetti di questo continuo e silenzioso monitoraggio sono ricaduti sulle tasche dei consumatori. Come ad esempio il proprietario di un’azienda di Software e di una Chevrolet Bolt. L’uomo, 65enne e originario di Seattle, durante il 2022 si è visto aumentare il costo dell’assicurazione sulla propria auto del 21%.
Dopo averne fatto richiesta, Kenn Dahl, questo il suo nome, ha ricevuto un consumer discolsure report di ben 258 pagine, che deve essere fornito ai sensi del Fair Credit Reporting Act, legge federale americana emanata nel 1970, che regolamenta la raccolta, l’archiviazione e la diffusione delle informazioni dei consumatori.

All’interno del voluminoso documento erano presenti più di 130 pagine che descrivevano dettagliatamente ogni volta che lui o sua moglie avevano guidato la loro Bolt nei sei mesi precedenti. Comprendeva le date di 640 viaggi, i loro orari di inizio e fine, la distanza percorsa e un resoconto di eventuali eccessi di velocità, frenate o accelerazioni brusche.
Sempre secondo il rapporto, le informazioni su questi viaggi erano state fornite dalla General Motors, casa produttrice dei veicoli Chevrolet. LexisNexis ha analizzato i dati guida per creare un punteggio di rischio che gli assicuratori hanno potuto utilizzare come uno dei tanti fattori di rischio per creare una copertura assicurativa più personalizzata. Sono state otto le insurance companies ad aver richiesto all’azienda informazioni su Dahl di nel corso del mese precedente.
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Come vengono ottenuti i dati di guida?
I dati provenienti dai veicoli General Motors e che vengono successivamente passati prima a LexisNexis e infine alla compagnie di assicurazione provengono da Smart Driver, assistente di guida per auto connesse sviluppato da OnStar, azienda sussidiaria del gruppo GM. Quest’ultimo è disponibile per tutti i modelli di auto prodotti dall’azienda americana attraverso quattro varianti: MyChevrolet, MyBuick, MyGMC e MyCadillac.
Smart Driver, pur essendo un servizio facoltativo per i driver, viene proposto da GM come un “aiuto a diventare un driver migliore“, valutando l’uso delle cinture di sicurezza e le abitudini di guida. Oltre a creare una specie di mini-gioco con l’autista, dove a seconda degli obiettivi raggiunti il sistema sviluppato da OnStar premia con badge come brake genius e limit hero, il sistema analizza costantemente anche dati sui vari viaggi compiuti dal proprietario del veicolo sul quale è stato installato.

L’invio di informazioni a società come LexisNexis non sarebbe un problema se, all’interno dell’informativa della privacy sottoscritta dal guidatore durante l’iscrizione a Smart Driver, venisse dichiarata la presenza di questo tipo di attività telematica.
Il problema è che, più di una persona iscritta al servizio del gruppo GM, ha affermato che, all’interno della sezione contrattuale dedicata ai “rapporti commerciali con terze parti” Smart Driver non viene minimamente menzionato.
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Non distinguere tra strada pubblica e pista
Un’altra questione non proprio trasparente è il fatto che, soprattutto nei modelli più potenti prodotti dal gruppo, come la Chevrolet Corvet i dati vengono raccolti anche quando i proprietari dell’auto vanno a provarla in situazioni dove è possibile lanciarla a tutta velocità, come una giornata in pista. Luoghi dove i limiti di velocità possono essere superati in tutta sicurezza. Inutile dire come la mancata distinzione di Smart Driver tra strada pubblica e circuito abbia ricadute pesantissime su una polizza di assicurazione.
Secondo l’articolo del New York Times, moltissimi utenti di Smart Drive, una volta resosi conto dell’attività di tracciamento occulta compiuta dal sistema, oltre ad essersi subito disiscritti stanno valutando di procedere per vie legali contro General Motors.

Oltre a GM, sono sempre di più le case automobilistiche non solo americane (Honda, Kia e Hyundai) hanno iniziato a offrire funzionalità opzionali nelle loro app per auto connesse che valutano la guida delle persone.
Non è detto che tutte loro inviino informazioni sensibili alle compagnie di assicurazione, ma, se si dovesse decidere di installare queste funzionalità a bordo del proprio veicolo, sarebbe il caso di dare in futuro una lettura un po’ più attenta a come questi brand si comportano in materia di dati personali e privacy.
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