Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, a conclusione del tavolo automotive, si è dichiarato aperto al dialogo e alla possibilità di una partecipazione statale in Stellantis, sulle orme del governo francese. Ma quanto costerebbe alle casse dello Stato italiano un investimento nel colosso automobilistico? E in quali termini questo potrebbe essere attuato?
Lo Stato entra in Stellantis?
Carlos Tavares ha affermato – così come vi abbiamo raccontato nel nostro tg Mobi Mag – che la politica italiana nei confronti dell’industria automobilistica mette a rischio gli stabilimenti italiani di Stellantis e i loro posti di lavoro. In risposta, il ministro Urso si era detto disponibile all’ingresso del capitale italiano in Stellantis.
Decisamente distante dalle posizioni di Urso si è dimostrato il ministro dei Trasporti Matteo Salvini: “Con tutto quello che agli italiani è costata l’ex Fiat, l’attuale Stellantis è l’ultima che può imporre, disporre o minacciare” ha detto perentorio il vicepremier.
Proseguendo, ancora più duro: “Diciamo che lo stato ci è già entrato 18 volte con i soldi dei cittadini. Io sono per il privato. Ma è troppo comodo fare il privato come lo hanno fatto questi signori che poi hanno trasferito all’estero sedi e stabilimenti. Quindi non penso che lo stato italiano possa accettare imposizioni da signori che con l’Italia hanno poco a che fare”.
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Stellantis è dominata dalla Francia?
Ma cosa vuol dire Salvini, quando dice che Stellantis – che in Italia ha ben più di uno stabilimento – ha poco a che fare con l’Italia? Il ministro si riferisce all’attuale situazione azionaria del gruppo automotive. Ad oggi, principale azionista è Exor, holding della famiglia Agnelli, con una partecipazione del 23,13%. Secondo azionista, con il 11,1% è Peugeot. Lo stato francese, attraverso Bpi (equivalente dell’italiana Cassa Depositi e Prestiti) detiene una partecipazione pari al 9,6%.
Quanto costerebbe all’Italia partecipare in Stellantis?
Se l’Italia decidesse di pareggiare la quota francese e raggiungere una quota azionaria del 9,6% – quota raggiunta dopo anni dalla Francia – dovrebbe sborsare circa 6,4 miliardi di euro. Se invece volesse partire lì da dove partì Parigi, chiamata in Stellantis fin dal principio (quando l’Italia rifiutò l’invito), e iniziare con una quota del 6,1%, servirebbero 4,1 miliardi di euro. Ai valori attuali di Borsa, con un capitale Stellantis di 67 miliardi di euro, anche una quota minima del 2% non potrebbe valere meno di 1,5 miliardi.
Ma tutto questo servirebbe? Dipende. Stellantis è una multinazionale e si comporta da tale. Fabbriche e centri produttivi sono mossi sulla base di più ampie decisioni strategiche e ben poco hanno a che vedere con il benessere dei paesi che li ospitano. Vale per l’Italia, come sottolineato aspramente dalla premier Meloni, ma è lo stesso anche per la Francia.
Risale alla scorsa estate lo scontro, simile a quello in corso oggi nello Stivale, tra il ministro francese Le Maire e Carlos Tavares. Il politico aveva chiesto il ritorno in patria della produzione della Peugeot e-208, il ceo Stellantis rispose: “non vedo perché dovrei creare progetti in perdita. Ho la responsabilità di fare le scelte giuste per non compromettere il futuro dell’azienda”.
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