Il grande sogno di un’Europa alla spina si sta lentamente sgretolando? Di certo i numeri del mercato non sono incoraggianti (nonostante a settembre 2024 ci sia stata un’impennata nelle consegne di auto elettriche, +27%, a fronte di una forte flessione delle nuove targhe di auto a benzina e diesel, comprese le mild hybrid, entrambe a -17%, dovuta soprattutto all’effetto degli incentivi auto), nei mesi scorsi infatti le elettriche hanno visto calare la propria, già non entusiasmante, quota di mercato.
Una crisi che si ripercuote su tutta l’industria automotive, che non può sperare nelle motorizzazioni tradizionali per riprendersi, per rispettare gli accordi presi con l’Unione ed evitare le multe salate delle emissioni extra, come abbiamo visto in Germania.
L’ultima vittima? Northvolt, l’azienda che avrebbe dovuto alimentare la domanda europea di auto elettriche e che oggi fatica a restare a galla.
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Il fondatore di Northvolt non vuole abbandonare il sogno
Al momento l’azienda sta bruciando denaro contante e per questo ha annunciato tagli per un quinto del suo personale globale, oltre alla sospensione dell’espansione della fabbrica principale nel nord della Svezia (in foto in copertina il suo impianto Northvolt Ett). Harald Mix, fondatore e proprietario del 7,2% di Northvolt, non intende abbandonare il progetto, che, spiega, sarà rifinanziato con nuovi capitali.
Ma basterà? Secondo alcuno no. Tra questi c’è Fredrik Erixon, direttore del Centro europeo per l’economia politica internazionale con sede a Bruxelles, che sottolinea la mancanza di domanda per soddisfare l’offerta: “Northvolt potrebbe essere la prima vittima della correzione di mercato attualmente in corso“.
Un cambio di rotta repentino, visto che solo un anno fa Northvolt si preparava ad un’offerta pubblica iniziale che la valutava 20 miliardi di dollari e attirava l’interesse di molti finanziatori. È stata la prima beneficiaria degli aiuti dell’Unione europea stanziati per controbattere all’Inflation Reduction Act del presidente degli USA Joe Biden.
Cos’è successo a Northvolt?
Si potrebbe dire che Northvolt abbia cercato di fare troppo e troppo in fretta. Basti pensare che l’azienda non è riuscita a a soddisfare la richieste di alcune grandi Case auto, dopo aver ricevuto ordini per un valore di oltre 50 miliardi di euro da aziende tra le quali figurano Volkswagen, Scania e BMW.
E così il sogno europeo di auto-prodursi le batterie ha iniziato a spendere più soldi di quelli che avrebbe potuto sperare di fare (solo stipendi e contributi previdenziali per il personale sarebbero stati tre volte superiori alle entrate prodotte dai contratti siglati lo scorso anno). Così, dopo meno di un anno dall’approvazione di una linea di credito di 5 miliardi, i conti sono rimasti quasi vuoti.
Northvolt non ha potuto far altro che procedere alla ristrutturazione (se ne sta occupando Teneo) e iniziare a preparare la procedura di emergenza nel caso in cui non riuscisse a ottenere termini rivisti dai creditori.
Cosa perderebbe l’Europa se Northvolt fallisse
L’obiettivo di Northvolt è quello di raggiungere una capacità di 230 gigawattora entro il 2030. Parliamo di batterie sufficienti ad alimentare circa 3,8 milioni di veicoli. Attualmente, il suo unico sito in funzione Ett, vicino alla città svedese di Skelleftea, ha una capacità di 16 gigawattora.
Oltre a quel sito, Northvolt ha comunque fatto sapere che “rimanere impegnata” nella sua joint venture NOVO con Volvo in Svezia, Northvolt Drei in Germania e Northvolt Six in Canada. Prevede di comunicare tempistiche e potenziali risparmi sui costi in quelle sedi questo autunno, quando si potrebbe capire se l’azienda resisterà allo scossone del mercato.
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