Istituiti lo scorso anno, i dazi europei per le auto elettriche cinesi sono in fase di revisione formale, ma i produttori cinesi c’entrano ben poco.
Quelli applicati a colossi come Geely, SAIC Motor, BYD e Chery rimangono tutti – il fatto che questi gruppi, Geely a parte, debbano le loro fortune all’ibrido è un’altra questione – mentre per venire incontro ai costruttori europei, la UE sta valutando l’idea di toglierli a loro e, soprattutto a Volkswagen.
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UN FAVORE AI TEDESCHI
Nello specifico, la Commissione Europea ha avviato una revisione formale dei dazi anti-sovvenzioni applicati ai veicoli elettrici Volkswagen costruiti in Cina, decisione che potrebbe portare alla sostituzione totale dei dazi con un impegno su un prezzo minimo di importazione.
Lo riporta la Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea del 4 dicembre 2025, confermando la ricezione di una proposta da parte di Volkswagen Anhui.

I dazi aggiuntivi erano stati introdotti nell’ottobre 2024 nell’ambito dell’indagine europea sul presunto sostegno statale cinese ai produttori di EV. Nel caso di Volkswagen Anhui, l’importazione nell’UE comporta attualmente un’aliquota complessiva del 30,7%, composta dal dazio standard del 10% e da un ulteriore 20,7% legato alle misure anti-sovvenzioni.
La revisione ora avviata dovrà stabilire se la proposta di Volkswagen Anhui – che prevede, secondo quanto confermato da Seat a Reuters, un sistema di prezzo minimo e un contingente annuo di importazione – sia accettabile e concretamente applicabile. La Commissione ha invitato le parti interessate a presentare osservazioni entro cinque giorni dalla pubblicazione dell’avviso, lasciando però incerta la tempistica della decisione finale. L’indagine dovrà comunque concludersi entro un massimo di 15 mesi.
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MA PERCHÉ VOLKSWAGEN?
In realtà, Volvo a parte, i costruttori europei raramente portano in Europa vetture che producono in Cina. E la stessa Volvo in realtà produce nella Repubblica Popolare solo la S90, vettura molto esclusiva, e ha prodotto in Cina inizialmente la EX30, ora prodotta in Belgio. Renault produce in Cina solo la Dacia Spring, frutto di un accordo con Dongfeng Motors prossimo alla conclusione (la sua erede sarà costruita in Francia come la Twingo), mentre Stellantis costruirà in Europa anche le vetture elettriche che, si dice, userà su base Leapmotor.

Fa eccezione Mini, che produce in Cina tutte le sue nuove elettriche grazie a un accordo con Great Wall Motors.
La stessa Volkswagen produce in realtà in Cina solo le vetture destinate al mercato cinese, con un’unica eccezione rappresentata dalla Cupra Tavascan. Lei è effettivamente l’unico veicolo elettrico prodotto da Volkswagen Anhui e commercializzato nell’Unione Europea, risultando quindi soggetto ai dazi aggiuntivi.
Proprio la Tavascan rappresenta uno degli esempi più critici delle conseguenze economiche dei dazi: progettato per competere con altri modelli MEB prodotti in Europa dal Gruppo Volkswagen e da Ford, il SUV Cupra nasceva già con un dazio del 10% incluso nel piano industriale. L’attuale soglia del 30,7% ne ha però messo a rischio la sostenibilità, riducendo fortemente la marginalità e la competitività del prodotto.

Seat e Cupra avevano più volte espresso preoccupazione sull’impatto delle misure europee. Wayne Griffiths, all’epoca CEO dei due marchi, aveva avvertito che i dazi avrebbero potuto costare al gruppo “centinaia di milioni” e comportare tagli fino a 1.500 posti di lavoro in Spagna, arrivando perfino a ventilare l’ipotesi di abbandonare le attività elettriche in perdita. S
ebbene tali scenari non si siano materializzati e i marchi non abbiano ridotto la gamma EV, Griffiths ha nel frattempo lasciato la guida dell’azienda. Il suo successore, Markus Haupt, potrebbe ora beneficiare dell’avvio del confronto formale con Bruxelles.
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COSA ASPETTARSI
Al di là della Tavascan, la proposta di Volkswagen Anhui potrebbe influenzare anche eventuali futuri modelli destinati al mercato europeo, benché al momento non siano stati confermati nuovi progetti di importazione.
La Commissione dovrà valutare se l’impegno sul prezzo minimo possa garantire condizioni di concorrenza eque, evitando distorsioni del mercato e allo stesso tempo riducendo l’impatto dei dazi su produttori europei che delocalizzano parte della produzione in Asia.
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