A registrare le reazioni degli analisti e quelle del mercato, dopo l’annuncio del piano industriale del Gruppo Volkswagen verso il 2030, c’è l’impressione dell’assenza di dettagli cruciali. Quelli che le anticipazioni di stampa indicavano in un piano “lacrime e sangue” ancor più di quanto non fosse stato negoziato nel 2025 con il sindacato IG Metall, che siede nel Consiglio di sorveglianza del Gruppo, e aveva ottenuto il mantenimento della produzione nei siti tedeschi minacciati di chiusura. Quel Consiglio al quale il CdA ha avanzato un piano che prevede l’ulteriore diminuzione dei volumi produttivi, il dimezzamento dell’offerta di modelli e una riduzione del 75% della complessità della struttura di gamma. Tradotto: meno versioni a listino. Nessun passaggio relativo a chiusure degli impianti e ulteriore riduzione del numero dei dipendenti
VOLKSWAGEN, COME CAMBIERÀ LA PRODUZIONE
Resta il dato di fondo delle decisioni che verranno prese sulla produzione automobilistica tedesca, con l’a.d. Oliver Blume che ha celebrato le competenze della produzione in patria ma ha sottolineato come non siano più sufficienti nel contesto industriale e geopolitico attuale: “La Germania è la nostra casa e rimane una sede industriale cruciale del Gruppo. Abbiamo solide fondamenta nel nostro Paese, che ha competenze ingegneristiche di prim’ordine e un’integrazione avanzata con ricerca, sviluppo e produzione. Nella competizione globale questo non è più sufficiente. Possiamo competere con i costi superiori della produzione solo con maggiore produttività, efficienza e forza innovativa”.
I costi troppo alti (la Germania sconta un caro energia che è l’unico elemento ad accomunarla, nelle difficoltà di competitività dell’industria auto, all’Italia) si sommano a un eccesso di capacità produttiva locale, sul quale si inserisce la diminuzione ulteriore dei volumi verso il 2030 decisa dal Future Plan a 9 milioni di vetture prodotte all’anno dal Gruppo, rispetto al target dei 10 milioni fissato per il 2025, a sua volta ben 2 milioni di auto in meno prodotte rispetto alla fase antecedente il Covid-19. Un fattore, i costi energetici elevati, con il quale potenzialmente dovrebbe fare i conti anche un acquirente interessato a rilevare uno dei siti produttivi, nell’ipotesi che Volkswagen decida per una cessione, in alternativa a un’altra forma di collaborazione.
Numeri che descrivono bene l’emorragia di volumi vissuta e quella (necessaria) in vista. Un milione in meno di macchine prodotte annualmente, i costi maggiori del produrle in Germania, un eccesso di capacità produttiva interna non depongono a favore delle prospettive sull’occupazione. In questo senso si inseriscono le anticipazioni di stampa sul taglio di 100 mila posti di lavoro (rispetto al dato di riduzione di 50 mila lavoratori, concordati nel 2025 con i sindacati), che deve considerare anche l’impegno negoziato tra Gruppo e sindacati di non attuare licenziamenti fino al 2030. Il taglio di 50 mila posti, dopo l’obiettivo fissato a 35 mila nel 2024, avverrà in modo “socialmente responsabile” sottolineava l’accordo raggiunto l’anno scorso.
TAGLIARE I MODELLI MENO REDDITIZI
L’obiettivo del Gruppo è di razionalizzare l’offerta sul mercato, di farlo operando maggiormente in ambito regionale – quindi, soprattutto, Europa, Cina e USA, i terreni più difficili – e concentrandosi sui segmenti più attrattivi. Oltre a incrementare le sinergie tecniche su piattaforme e architetture elettroniche e software: un percorso di fatto già in atto.
Questa la presentazione degli obiettivi del Gruppo, in attesa della pratica messa a terra di un’enunciazione al momento ancora piuttosto generica. In Europa il Gruppo e il marchio Volkswagen devono fare i conti con la crescente, quantitativamente e qualitativamente, concorrenza delle case cinesi; negli USA i dazi hanno inciso e continueranno a farlo sui risultati finanziari.
“Con il nostro Future Plan stiamo entrando nella fase successiva di trasformazione con le nostre forze. Stiamo rendendo il Gruppo Volkswagen più agile, più resiliente e più competitivo: riducendo la complessità, concentrandoci su tecnologie mirate, allineando ancora di più i prodotti, lo sviluppo e la produzione ai mercati regionali, riducendo le sovraccapacità, snellendo il portafoglio azionario e adottando strutture notevolmente più snelle. In questo modo, stiamo creando le condizioni per un successo duraturo, anche in un contesto sempre più impegnativo”, le parole di Blume.
Che si attenda ancora l’annuncio pubblico della sostanza dei tagli e riduzione dei costi si intravede nelle parole del responsabile dell’area finanziaria, Arno Antlitz: “Nonostante i progressi raggiunti, le riduzioni dei costi previste finora nell’ambito dei programmi concordati non sono sufficienti nell’attuale contesto economico e geopolitico.
Dobbiamo riorientare radicalmente il nostro modello di business e realizzare miglioramenti strutturali e sostenibili. Questo comporta il miglioramento della struttura dei costi dei nostri veicoli senza compromettere la qualità del prodotto, la significativa riduzione dei costi generali, l’aumento dell’efficienza dei nostri stabilimenti e l’accelerazione dello sviluppo tecnologico e dei processi decisionali. Possiamo raggiungere questo obiettivo solo riducendo in modo sostanziale la complessità: nel nostro portafoglio prodotti e nelle piattaforme tecnologiche, nel numero di unità organizzative e nei livelli decisionali. Queste aree di intervento sono affrontate nel piano Future Plan. Un’attuazione rapida e coerente è fondamentale”.
Produrre meno auto, ridurre l’offerta di modelli e ridurne le varianti stesse sarà sufficiente a incidere significativamente sui costi e risollevare i risultati finanziari del Gruppo?
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