Creare una car policy green. Questo è oggi l’obiettivo principale di tutte le aziende che hanno un parco auto, grande o piccolo che sia, per ridurre le emissioni di CO2 della flotta e migliorare l’impronta ecologica dell’impresa.
Il discorso vale ancora di più per le multinazionali, chiamate a rispettare politiche ambientali e limiti di emissioni delle auto sempre più stringenti imposti dalle “case madri”.
CREARE UNA CAR POLICY GREEN
Come fare, dunque, per costruire una car policy green? Premesso che le Case costruttrici stanno aiutando i Fleet Manager, puntando sempre più su modelli elettrici e ibridi e su incentivi per promuoverli, non esiste un’unica via per rendere il parco auto ecosostenibile. Tutto deve essere commisurato alle esigenze e alle caratteristiche di quella flotta specifica.
IL GIUSTO MIX DI ALIMENTAZIONI
La risposta a “Come costruire una car policy green?” non è: compriamo solo auto elettriche. O meglio, potrebbe essere una soluzione adatta per qualcuno, ma non per tutti. Il punto è capire come creare il giusto mix di alimentazioni.
Il diesel è veramente da abbandonare?
Negli ultimi anni, sul mercato abbiamo assistito a una progressiva diminuzione del diesel, in favore sia di motorizzazioni elettrificate (soprattutto nelle flotte) sia del motore benzina (questo soprattutto a livello privato).

Demonizzato come motore più “inquinante”, in realtà il diesel di ultima generazione può essere pragmaticamente la scelta più efficiente e di minore impatto ambientale per una flotta, specie per i veicoli per percorrono molti chilometri e viaggiano parecchio anche su strade a scorrimento veloce.
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Per abbassare le soglie di CO2 emessa anche fino a sotto i 120 g/km, è indicato che i Fleet Manager puntino su car list “chiuse”, ovvero caratterizzate da modelli scelti dall’azienda in un range di veicoli con valori di CO2 contenuti. Sappiamo infatti che i propulsori diesel e benzina di ultima generazione consentono di limitare al massimo i fattori inquinanti.
L’inserimento dell’ibrido
La seconda strada per costruire una car policy green, che è anche la più battuta, consiste nell’inserire un buon numero di auto ibride ed elettriche all’interno del parco auto. Il punto è farlo con attenzione e criterio.
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Partendo dal grado più basso di elettrificazione, il mild hybrid non ha un forte impatto sulle emissioni (tanto che in molte car list non è nemmeno considerato un ibrido), ma viene scelto soprattutto per ottenere agevolazioni nella circolazione e un piccolo risparmio in termini di consumo di carburante.
Nelle flotte aziendali ci sarà una decisa crescita delle vetture full hybrid, come prevede il Top Thousand, perché consentono effettivamente di abbassare la CO2, ma al contempo non necessitano di essere ricaricate.

Le ibride plug-in sono state viste come un ponte per l’elettrico: devono essere ricaricate, ma non si corre il rischio di rimanere a piedi perché vanno anche a benzina (o a diesel). Il problema di questa motorizzazione è che le emissioni reali di CO2 sono molto maggiori del dichiarato, perché quando viaggiano a carburante e sono appesantite dalla batteria elettrica consumano molto di più.
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Molto dipende dalla costanza del driver nel ricaricare, e molti Fleet Manager stanno intervenendo con policy ad hoc per rendere obbligatoria la ricarica.
Costruire una infrastruttura di ricarica
La questione della ricarica ci porta alla necessità di dotarsi un’infrastruttura per la ricarica elettrica, sia in azienda sia a casa del dipendente.
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Non si possono assegnare auto elettriche o plug-in senza avere chiaro come, dove e quando il dipendente potrà ricaricare queste vetture.

Molte aziende hanno installato colonnine (a ricarica lenta e/o veloce, a seconda dell’uso che se ne fa) in azienda, ma è necessario prevedere anche punti di ricarica domestica. Questo sia per facilitare la logistica (evitando di perdere tempo per ricaricare in orario di lavoro) sia per risparmio economico, dato che la ricarica privata è più economica di quella pubblica.
Capire quali auto si possono elettrificare
Per selezionare i veicoli più idonei all’elettrificazione bisogna monitorare le percorrenze e i consumi: non è un processo scontato e spesso strumenti telematici o di web management possono aiutare a fare scelte ragionate.
Bisogna considerare sia il chilometraggio medio giornaliero, per capire se una sola ricarica (a casa o in azienda) è sufficiente per i km giornalieri medi. Fare scouting per vedere quali sono i modelli elettrici più adatti alle esigenze aziendali, valutare parametri come le condizioni climatiche, i percorsi effettuati (cambia se ci spostiamo in città o sugli Appennini, ad esempio).
Spesso, per avere maggior controllo, l’elettrico viene inserito sulle auto in pool, che quindi si ricaricano prevalentemente in azienda e sono destinate per lo più a spostamenti abbastanza brevi (tra sedi aziendali, verso ferrovie e aeroporti, in città) dove i vantaggi dell’elettrico si massimizzano. Più difficile la gestione di un’auto elettrica a uso promiscuo, che generalmente parte da un driver molto motivato e con la possibilità di avere una wall box casalinga.
Coinvolgere i driver
In generale, risultati migliori si ottengono cercando il coinvolgimento del driver nell’obiettivo di ridurre le emissioni della flotta. Corsi di guida sicura sono sempre una buona idea, perché insegnano anche ad adottare stili di guida responsabili e risparmiosi.
Se parliamo di una flotta strumentale, i driver possono essere coinvolti attivamente per migliorare le performance alla guida, sia in termini di sicurezza, sia di consumi ed emissioni. Ad esempio, usando un sistema che premi i più “virtuosi” o con iniziative di gamification.
I driver con diritto all’auto come fringe benefit saranno tanto più interessati all’ibrido o all’elettrico tanto più potranno accedere a modelli accattivanti, ben accessoriati, o addirittura di fascia superiore.
Usare meno l’auto
Infine, abbastanza banale ma giusto ricordarlo: meno chilometri si fanno meno emissioni vengono prodotte. Il Covid ha insegnato a molte aziende che alcuni viaggi di lavoro possono essere sostituiti da incontri a distanza e che lo smart working (anche parziale) non intacca la produttività.
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