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Auto cinesi: chi ha più paura del Dragone?

Auto cinesi: chi ha più paura del Dragone?
Oltre a U.S.A. ed Europa, sono sempre di più i Paesi non occidentali (Turchia, India, Vietnam, ecc.) che hanno deciso di imporre dazi alle auto cinesi.

IN QUESTO ARTICOLO

A partire dagli anni ’70, la Cina è diventata la più grande fabbrica mondiale, quando ha consentito a sempre più aziende internazionali di delocalizzare i centri di produzione all’interno dei propri confini, attirandole con costi (soprattutto di manodopera) a buon mercato.

Dopo aver fabbricato ed esportato per anni oggetti di plastica di scarso valore (le ormai celebri “cinesate”), il Dragone ha affinato la qualità dei propri impianti, iniziando a lanciare sul mercato telefoni, PC e automobili elettriche, capaci di dare del filo da torcere a giganti globali come Apple, Samsung, Volkswagen e Tesla.

Una spinta verso l’alto, basata su una proposta di prodotti tecnologici sempre più sofisticati e a prezzi decisamente inferiori rispetto alla concorrenza, aiutata da miliardi di yen rilasciati nel corso degli anni dal governo di Pechino come sussidi statali alle sue aziende, che hanno iniziato a esportare beni di consumo originali.

Basti pensare che nel 2019 la spesa industriale della Cina è stata di 406 miliardi di dollari (pari al 2% del suo PIL), il quintuplo rispetto a quella degli Stati Uniti.

Le economie occidentali che fino a poco tempo fa hanno beneficiato della produzione a basso costo del Dragone, ora temono che le importazioni di quest’ultimo possano creare una sovrabbondanza di prodotti capace di distorcere il mercato (e quindi l’economia) globale

Un orizzonte degli eventi, più volte denunciato dall’Europa e dagli Stati Uniti, al quale sempre più Paesi occidentali e non stanno cercando di porre rimedio imponendo dazi sulle importazioni di prodotti provenienti da Pechino.

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I dazi dell’Occidente, per contrastare l’avanzata delle auto cinesi

Europa

Tra il 2019 e il 2023, la quota di auto cinesi all’interno del mercato europeo è salita dallo 0,5% all’8%. Un balzo in avanti dovuto al fatto che molti brand come BYD e Leapmotor, hanno fatto parlare di sé durante gli ultimi saloni di Monaco e Parigi.

Per questo motivo l’Unione Europea ha avviato negli scorsi mesi un’indagine antidumping contro i produttori di EV del Dragone. Un’inchiesta dalla quale, lo scorso ottobre, la Commissione UE ha deciso di imporre in via definitiva i dazi aggiuntivi fino al 35,3% sulle importazioni delle auto cinesi in risposta ai maxi sussidi statali sleali elargiti da Pechino. 

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Una scelta, pubblicata sulla gazzetta ufficiale del 30 ottobre, è entrata ufficialmente in vigore il giorno successivo. Le tariffe stabilite da Bruxelles si attestano a:

  • 17% per il gruppo BYD
  • 18,8% per Geely
  • 35,3% per SAIC

Oltre a loro anche l’americana Tesla, dopo una valutazione individuale, sarà soggetta a un dazio del 7,8%. Per le altre aziende che hanno collaborato all’indagine UE, il dazio aggiuntivo sarà del 20,7%, mentre per chi non ha collaborato è prevista la sovrattassa massima del 35,3%. Complessivamente, sommando i dazi già in vigore del 10%, le tariffe raggiungeranno il 45%.

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Stati Uniti

Pochi giorni prima dell’Election Day, il presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump ha pubblicato sulla sua pagina di Truth, social media sul quale si è spostato dopo la sua espulsione da X (ex Twitter), un post nel quale ha dichiarato una nuova guerra dei dazi alla Cina, prima ancora di insediarsi.

Nel mirino del Tycoon, oltre ai suoi due “vicini” americani, Canada e Messico, c’è ovviamente la Cina. Il giorno del suo giuramento, il 20 gennaio, uno dei suoi primi ordini esecutivi sarà infatti l’imposizione di una tariffa extra del 10% su tutti i prodotti cinesi, a meno che Pechino non combatta le importazioni illegali negli U.S.A. di Fentanyl prodotto all’interno dei suoi confini. Un dazio che si dovrebbe aggiungere a quello del 60% già minacciato in campagna elettorale.

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Il post, pubblicato su Truth, con il quale Donald Trump si scaglia contro la Cina, annunciando l’introduzione di ulteriori dazi a suo carico

Oltre a questo, Trump sulla scia della sua campagna elettorale, ha promesso di imporre una tariffa del 100% sule auto cinesi, colpevoli, secondo lui, di costituire una seria minaccia per le case automobilistiche americane.

Ad ogni modo, a maggio l’amministrazione Biden aveva già alzato i dazi per le importazioni di EV da Pechino, passati dal 25% al 100%. Un’azione prettamente preventiva, dal momento che la Cina attualmente esporta pochissimi EV negli Stati Uniti, ritenendolo sotto questo punto di vista il suo mercato estero più ostile.

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Canada

Anche il Canada ha recentemente annunciato una tariffa del 100% sulle importazioni di auto cinesi elettriche. Pur non avendo un produttore nazionale da proteggere, il Paese americano ha deciso di allinearsi alle misure prese dall”UE e dagli Stati Uniti, tassando le vetture provenienti da Pechino.

A differenza dell’UE, il Canada imporrà la stessa aliquota anche sui veicoli elettrici Made in China di Tesla. Il brand californiano risulta comunque vincitore, dal momento che potrà lo stesso esportare le proprie vetture nel Paese dell’acero attraverso un semplice “passaggio in più” dagli Stati Uniti.

Quali sono gli altri Paesi a imporre dazi sulle auto cinesi?

Turchia

La Turchia ha modificato più volte i dazi da imporre sull’importazione delle auto cinesi nel corso del 2024. Il governo di Ankara aveva infatti annunciato che avrebbe imposto una tariffa del 40% sulle vetture prodotte dal Dragone, che sarebbe dovuta diventare effettiva a partire dal 7 luglio.

Tuttavia, la Turchia ha deciso di ridurre i dazi al 10%, appena due giorni prima della loro entrata in vigore. Guarda caso, BYD cinese ha annunciato dopo pochissimo tempo la costruzione di un impianto del valore di 1 miliardo di dollari nella provincia di Manisa, a ovest del Paese da dove può esportare nell’UE senza tariffe.

Questa fabbrica, con una capacità di produzione annua di 150.000 veicoli, dando lavoro fino a circa 5.000 persone, dovrebbe aprire i battenti entro la fine del 2026.

Vietnam

Ai sensi dell’accordo di libero scambio ASEAN-Cina, il Vietnam ha deciso di imporre un dazio pari al 50% sulle auto cinesi importate e assemblate entro i propri confini.

Questa decisione è stata presa dal Paese asiatico per proteggere il suo brand di punta, VinFast, dalla fortissima competitività dei brand di Pechino. Il Vietnam ha comunque revocato tutte le tariffe sui componenti auto importati che non sono prodotti localmente, per incentivare gli investimenti industriali e manifatturieri.

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Due modelli prodotti da VinFast

Ad ogni modo, il colosso cinese di veicoli elettrici BYD ha bypassato le mosse del governo di Hanoi, scegliendo di produrre i propri veicoli nella vicina Thailandia, in modo da esportarli senza alcun tipo di tariffa e restando nell’ambito di accordi di libero scambio tra i membri dell’ASEAN.

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India

L’India è uno dei Paesi del mondo con i dazi più alti relativi all’importazione di auto non solo cinesi, che variano dal 70% al 100% a seconda del loro valore. Imposte che il governo di Nuova Delhi ha introdotto sin dagli anni ’40 per incentivare i produttori di vetture a costruire i propri impianti in loco.

Nel marzo del 2024, l’India ha tuttavia dichiarato di voler ridurre le tasse di importazione su alcuni veicoli elettrici. Queste agevolazioni verranno applicate alle aziende che, entro i prossimi tre anni, si impegneranno a investire almeno 500 milioni di dollari in capitalizzazioni e stabilimenti di produzione.

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Lo stabilimento di Tata Motors di Pune, in India

Oltre alle auto, l’India ha recentemente imposto una tariffa del 20% sull’importazione di semiconduttori (e dispositivi simili). Una mossa fatta per aiutare il paese a entrare nel mercato globale come una potenza nella produzione di chip

Anche se alcuni gruppi indiani lamentano il peso di questi dazi all’interno del loro bilancio di attività, ma il governo spera di consentire al Paese a produrre autonomamente dispositivi semiconduttori nel prossimo futuro. A febbraio, il primo ministro Narendra Modi ha annunciato 12,5 miliardi di dollari di investimenti nella produzione di chip nazionali. Tra questi anche Tata Group, che dovrebbe iniziare a produrre wafer elettronici nel 2026.

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