Nel 2022 l’allora governo Draghi stanziò 8,7 miliardi di euro, fino al 2030, per sostenere il mercato attraverso incentivi per la domanda e per riconvertire la filiera dell’auto. A fine 2024 restano ancora 5,8 miliardi, ma ora il governo Meloni pensa di ridurli, tagliando ben 4,6 miliardi. Una sforbiciata che lascerebbe il Fondo Automotive con soli 1,2 miliardi in tasca da spendere fino alla fine del decennio, circa 200 milioni l’anno.
L’allarme, lanciato da Anfia il 28 ottobre, è stato subito rilanciato dalle imprese, che lo definiscono un “inaccettabile fulmine al ciel sereno” e dai sindacati – già sotto pressione, viste le cattive notizie in arrivo dalla Germania che si teme avranno effetti nefasti anche sulla nostra industria – che chiedono infatti un incontro alla Presidenza del Consiglio (spoiler: non arriverà prima di novembre). Confindustria chiede un piano di investimenti di lungo respiro e incentivi alla produzione.
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“Siamo impegnati a garantire che la filiera dell’automotive abbia gli strumenti necessari per affrontare la sfida della transizione. Tutte le risorse andranno sul fronte degli investimenti produttivi con particolare attenzione alla componentistica che è la vera forza del Made in Italy“, ha chiarito il ministro Adolfo Urso (ieri ospite di FORUMAutoMotive dove ha parlato, tra le altre cose, anche della filiera).
Prima del ponte del 1 novembre la Commissione Bilancio dovrebbe mettere giù il calendario delle audizioni e il 4 novembre i sindacati saranno convocati a Palazzo Chigi. Le associazioni d’impresa non saranno sentite prima del 13 del mese.
Dove finisce il Fondo Automotive
“Abbiamo fatto delle proposte che guardano tutte alla crescita e agli investimenti, vogliamo che il Paese sia attrattivo e che i nostri imprenditori continuino a investire. Stiamo premendo per interventi come l’Ires premiale“, ha spiegato il presidente Emanuele Orsini all’assemblea degli industriali di Torino.
Senza questi fondi potrebbero infatti saltare le richieste di Confindustria, tra le quali rifinanziamento dei contratti di sviluppo e la semplificazione dell’accesso ai fondi di Industria 5.0 previsti nel Pnrr.

“La manovra va nella direzione di sostenere l’economia reale e i ceti medi, soprattutto per quanto riguarda la conferma del taglio del cuneo fiscale e altre scelte che abbiamo fatto – afferma il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani – Vediamo cosa ci sarà nel concordato preventivo, cioè quanti soldi arriveranno e quindi si potranno utilizzare. Per quanto ci riguarda puntiamo a continuare a ridurre dal 35 al 33% le aliquote Irpef medie e allargare la platea fino a 60.000 euro“.
Nella manovra – che Forza Italia definisce “seria e rigorosa” e che dovrebbe garantire “la credibilità del nostro Paese a livello internazionale” – il governo punta su pensioni minime (aumentate di 6 euro secondo la proposta presentata la scorsa settimana) e la riduzione della sugar tax (ovvero quella che aumenta il prezzo delle bevande zuccherate, considerate fondamentali dall’esecutivo per le fasce a basso reddito).
La denuncia di Anfia e dei sindacati
“Il taglio alle già scarse risorse stanziate contraddice in modo clamoroso l’importante attività che il governo sta svolgendo in Europa a favore del settore e annulla mesi di intenso lavoro del Tavolo Sviluppo Automotive“, sottolinea Anfia, che auspica “di vedere fortemente ridotto il taglio che segnerebbe una profonda frattura nella fin qui ottima collaborazione tra la filiera e il governo“.
“Si ignora un intero settore e le richieste di oltre 20.000 lavoratori che il 18 ottobre hanno partecipato allo sciopero nazionale e alla manifestazione di Roma. Questa mobilitazione, anziché trovare ascolto, è stata seguita da un provvedimento che va nella direzione opposta“, spiegano i segretari generali di Fim, Fiom e Uilm Ferdinando Uliano, Michele De Palma e Rocco Palombella.
Il commento di Unrae
Non ha tardato ad arrivare anche il commento di Unrae, che in una nota sottolinea come la decisione del governo contraddica “clamorosamente non solo le dichiarazioni di intenti pronunciate dal Ministro Urso in sede di Tavolo Automotive non più tardi del 7 agosto scorso, ma anche le numerosissime pronunce di attenzione al settore – da parte del Ministro stesso e di altri autorevoli esponenti governativi – dall’insediamento dell’attuale Esecutivo fino a pochi giorni fa“.
Oltre a quello di arrestare il processo di transizione verde, sottolinea l’associazione, il rischio di questi taglie è anche di “bloccare definitivamente il rinnovo di un parco circolante sempre più vetusto, insicuro ed inquinante”.
Anche perché i capitoli di spesa riservati ad altre industries vengono ridotti mediamente del 5-10%, mentre il Fondo automotive subisce un taglio dell’80%: “Questa drastica misura non appare giustificata da situazioni di bilancio emergenziali, e si manifesta in un periodo particolarmente critico per il mondo dell’auto, che sta affrontando sfide senza precedenti sia in Italia che in Europa“.
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