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Le elezioni europee cambieranno i piani per l’automotive?

Le elezioni europee cambieranno i piani per l’automotive?
Le politiche europee in merito alla transizione energetica e al bando alle auto termiche cambieranno dopo le elezioni? Difficile prevederlo, ma è probabile che si creino nuovi equilibri

IN QUESTO ARTICOLO

Si avvicinano le elezioni europee, uno di quegli appuntamento che rendono il 2024 un anno tra i più importanti di sempre visto che si vota sia in UE che negli USA. In entrambi casi elezioni molto sentite, in entrambi casi elezioni che potrebbero portare a un brusco cambiamento in diverse politiche. Anche quelle legate all’auto.

Secondo molti pronostici, da quelli di Politico a quelli pubblicati dall’ECFR, il prossimo Parlamento Europeo non dovrebbe cambiare di molto, rimanenndo orientato sui più tradizionali partiti più moderati, in particolare il PPE, il partito di centro-destra che è il primo partito europeo dal 1999 ad oggi, e il PSE, il Partito Socialista Europeo di centro-sinistra.

Tuttavia, anche in caso di un mantenimento della linea, è altamente probabile che il focus si sposterà sulla sicurezza e sulla competitività geopolitica, mettendo in secondo piano la transizione ecologica che è stata a lungo l’obiettivo principale della Commissione Uscente. I costi di questa transizione sono diventati sempre più motivo di polemica, costi che riguardano anche l’automotive i cui piani, quindi, potrebbero cambiare.

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L’UE COME SPECCHIO DEI SINGOLI PAESI

C’è una cosa sa dire. Già con le elezioni europee del 2019, sia il PPE che il PSE hanno perso voti. Il primo li ha persi facendone guadagnare ai partiti di destra o estrema destra, in particolare ID (Partito Identità e Democrazia), di cui fa parte la Lega il cui leader Matteo Salvini, nonché Ministro delle Infrastrutture, ha fatto del Green Deal il suo principale bersaglio durante questa campagna elettorale; e il Gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR), di cui fa parte Fratelli d’Italia, attualmente primo partito italiano che esprime anche il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e che pur non esprimendosi in maniera diretta come la Lega, non vede comunque di buon occhio il progetto europeo.

Il PSE, al contrario, li ha persi in favore del gruppo dei partiti liberali RE, Renew Europe, e per quei partiti che hanno fatto della battaglia contro la crisi climatica la loro battaglia principale, come il gruppo Verdi/Alleanza Libera Europea, che appunto ha messo la transizione verde in cima alla lista delle priorità.

Un cambiamento perfettamente in linea con quello che si assiste all’interno di quasi tutti i singoli paesi europei, dove il dibattito pubblico è sempre più polarizzato e i tradizionali partiti più moderati perdono voti.

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COS’È CAMBIATO

E in effetti, l’agenda europea per la transizione è stata densa di programmi per rendere l’Europa il primo Continente a zero emissioni entro il 2050, proprio con il Green Deal, un piano gigantesco che va a toccare tutti i rami dell’industria e della società europea, e con Ursula Von Der Leyen che si è resa una carismatica leader, molto più memorabile del precedente (nel bene e nel male).

Ad esempio, ha adottato la Legge Europea sul Clima nel 2021, rendendo l’obiettivo dell’Unione Europea di zero emissioni nette di gas serra entro il 2050 giuridicamente vincolante e fissando un obiettivo di riduzione delle emissioni per il 2030; e ha approvato il pacchetto di misure Fit-for-55 per lavorare verso questi obiettivi.

Diversi fattori potrebbero supportare ulteriori azioni climatiche nei prossimi anni, come i costi inferiori delle tecnologie verdi, la consapevolezza pubblica degli eventi meteorologici estremi e gli sforzi per ridurre la dipendenza energetica dai regimi autoritari. Tuttavia, i progressi durante il prossimo ciclo istituzionale dell’UE saranno probabilmente più difficili rispetto al 2019-2024.

Tra i motivi:

  • Avanzata delle destre (liberali ed estreme): dal 2019 ad oggi, in molti paesi europei i governi sono cambiati, passando per lo più da centro-sinistra a centro-destra, o destra. Tra le grandi economie, il caso più grande è quello dell’Italia che dal 2022 è guidata da un governo di destra, ma anche la Francia vede un Macron molto meno centrista, e più a destra di prima (tanto che per la politica francese si parla di scomparsa della sinistra). Un altro caso eclatante quello della Svezia, che dal 2022 ha visto gli storici Socialdemocratici all’opposizione con un governo a guida destra moderata, la cui spina è però costituita dai SD (Democratici Svedesi), un partito di estrema destra. In tutti i questi casi, i partiti orientati a destra si dimostrano contrari alle politiche climatiche, partiti che però sembrano destinati ad aumentare la loro quota di seggi nel Parlamento Europeo, rendendo più difficile l’approvazione di nuove leggi ambientali ambiziose.
  • Preoccupazioni economiche e geopolitiche: dal 2019 ad oggi, abbiamo assistito a due anni di pandemia, lo scoppio definitivo della guerra russo-ucraina, la guerra Israele-Hamas, le tensioni commerciali tra USA, UE e Cina, per la prima volta configurate sempre più come tre poli diversi. La destra populista in particolare sta sfruttando le preoccupazioni sul costo della vita tra la popolazione, presentando l’agenda climatica come l’ultima imposizione dei governi internazionalisti sui governi degli stati membri. Questo rende i governi dell’UE più cauti nel sostenere nuove misure del Green Deal Europeo.
  • Resistenza delle aziende. Sebbene molte aziende europee supportino la transizione a basse emissioni di carbonio, la resistenza alle regolamentazioni sta aumentando, in particolare tra le organizzazioni imprenditoriali, con richieste di una maggiore enfasi sulla competitività. Abbiamo visto che molte aziende automobilistiche occidentali, prima urlanti a gran voce ambiziosi piani di elettrificazione, sono tornate sui loro passi.

Sebbene, quindi, come abbiamo detto con molte probabilità l’assetto del parlamento europeo vedrà ancora i partiti di centro quelli col maggior numero di voti, comunque la maggioranza sarà quasi sicuramente più piccola. Per cui, probabilmente la coalizione continuerà in queste politiche green, ma con più difficoltà visto che si prevede che partiti come Fratelli d’Italia, Rassemblement National, Alternative für Deutschland e Democratici Svedesi avranno un peso molto maggiore, e saranno quindi quasi necessari in molti abiti.

Inoltre, già l’ultima parte del mandato attuale di Ursula Von Der Leyen (che con molte probabilità potrebbe essere riconfermata) è stato condizionati dai cambiamenti di sentimento nei confronti della transizione, con le proteste degli agricoltori che sembrano aver fatto leva sulla Commissione che ha adottato un approccio più blando, più lento.

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UN NUOVO APPROCCIO PER L’ELETTRICO

Questo ovviamente potrebbe avere conseguenze sulle politiche adottate per l’auto, e sulla fatidica data del 2035 che non vuole più auto a combustione. Ma proprio i citati partiti di destra hanno fatto dell’annullamento di questa scadenza una delle loro battaglie, con la motivazione che l’industria automobilistica è un settore chiave dell’economia europea, come datore di lavoro e per leadership globale, ma è indietro nello sviluppo dei veicoli elettrici. Un approccio tipicamente conservatore, che incentiva il mantenimento anziché lo sviluppo, e che parla di “regali alla Cina”, slogan che in Italia conosciamo molto bene.

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Una visione comune ai partiti più a destra, pur essendo in gruppi diversi. ECR, che come detto comprende Fratelli d’Italia, i Democratici Svedesi e il partito spagnolo VOX, nega la necessità del passaggio ai veicoli elettrici. Nel manifesto elettorale di ECR si legge che “il motore a combustione interna, testimonianza della forza della creatività e dell’ingegno europeo, possa rimanere commercialmente valido per gli anni a venire, adottando tecnologie all’avanguardia e investendo nella ricerca innovativa su alternative a basse emissioni combistibili“.

Su posizioni simili ID, che comprende come visto Lega, il partito francese RN di Marine Le Pen e quello tedesco AfD, si è scagliato contro i “costosi veicoli elettrici”, che danneggiano i consumatori, e hanno definito “l’imminente divieto” una misura “discriminatoria e socialmente escludente“. E anche nel PPE, il partito di maggioranza di centro-destra, le cose non vanno meglio, e i suoi esponenti sono molto divisi. Di nuovo, i partiti tedeschi del gruppo, tra cui CDU (quello di Ursula Von Der Leyen) e CSU, vogliono abolire la scadenza per “beneficiare della tecnologia tedesca all’avanguardia dei motori a combustione interna“, ascoltando quindi lamentele di quasi tutti i produttori tedeschi, come Mercedes.

Al PPE, però, questo dietrofront potrebbe costare caro, in termini di voti.

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DOMANDA IN CALO?

Tuttavia, la crescita è rallentata ma la domanda non è in calo. Ad oggi i veicoli elettrici in Europa stanno aumentando, seppur in maniera estremamente diseguale tra paese e paese, con una quota di mercato del 13% alla fine del 2023.

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Luca De Meo, ceo del Gruppo Renault

Il calo della domanda ha visto l’industria europea approfittarne per chiedere un ritardo alla scadenza, da Luca De Meo, presidente di ACEA e CEO di Renault, che ha indicato che un ritardo “sarebbe il benvenuto”, a Carlos Tavares, CEO di Stellantis che da una parte annuncia solo auto elettriche, dall’altra si mantiene su posizioni ambigue, chiedendo più tempo e osservando ciò che succede. In pratica, ha detto che il passaggio accelererebbe se “i progressisti dogmatici vincessero“, e rallenterebbero “se vincessero i populisti“. Come a dire, faccio un po’ quello che mi conviene.

In ogni caso, difficile pensare a un vero e proprio annullamento, anche perché ormai gli investimenti sono stati fatti ed è difficile che i produttori buttino letteralmente miliardi di euro. Ciò che la maggior parte dell’industria si auspica è, invece, una maggiore apertura anche ad altre tecnologie.

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LA TAPPA DEL 2026

Una revisione dei progressi verso l’elettrificazione, comunque, è già prevista per il 2026. Anche se ciò non significa che ci sarà un altro voto sulla scadenza del 2035, la revisione potrebbe determinare che i progressi sono in ritardo e rafforzare la posizione di coloro che sostengono alternative, come la Germania e l’Italia. Il ministro dei trasporti tedesco, Volker Wissing, ricordiamo che ha chiesto di consentire i carburanti sintetici, di cui molte aziende tedesche sono fortemente sostenitrici.

I carburanti sintetici, o e-fuel come sono anche conosciuti, sono attualmente ad alta intensità energetica e costosi da produrre, ma vengono perseguiti come mezzo per ridurre l’impronta di carbonio ad esempio dell’industria aeronautica. Eppure case automobilistiche come Porsche, Stellantis e Renault li hanno presi in considerazione per le automobili poiché potrebbero essere utilizzati nei motori esistenti.

In ogni caso, dato che la politica è fatta di compromessi, quello che dobbiamo veramente aspettarci è un nuovo tipo di accordo sia tra i partiti stessi sia tra la politica e l’industria, ovvero quello che è mancato nella prima fase del Green Deal.

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