Le case automobilistiche cinesi stanno accelerando l’ingresso nel mercato canadese. A riportarlo è l’agenzia Reuters che ne spiega anche il motivo: aprirsi nuove via per quello statunitense.
Il segnale più chiaro arriverebbe da Chery, che ha organizzato i primi incontri con i concessionari canadesi appena due settimane dopo l’annuncio del premier Mark Carney, lo scorso gennaio, sull’apertura a importazioni limitate di veicoli elettrici dalla Cina. Dall’altro lato c’è poi BYD, maggiore produttore mondiale di auto elettriche al momento, che ha una strategia ancor più strutturata: aprirà sei concessionarie in Canada (ci sarebbe già una società di consulenza incaricata di individuare le location) e ha avviato le procedure di conformità per importare due modelli di auto passeggeri nel Paese.
Anche Lotus, oggi parte del gruppo Geely, ha in programma l’apertura di showroom canadesi (sarebbero sei) quest’anno, pur sapendo di poter contare, per ora, su volumi di vendita di poche centinaia di unità. Anche Changan, uno dei quattro più grandi gruppi automobilistici della Cina, ha creato un team dedicato allo sbarco nel Paese.
Ma perché si punta sul Canada, un Paese con pochissimi margini e per di più che ha introdotto un dazio del 6% per un limite massimo di 49.000 auto importate all’anno? Ovvio: avvicinarsi ai cugini statunitensi.
La via canadese dritta al cuore dell’America di Trump
Certo, quota di importazioni potrà salire a 70.000 nell’arco di cinque anni, ma questi numeri, da soli, non giustificherebbero l’investimento. Secondo Daniel Ross, analista di Canadian Black Book, anche un mercato canadese completamente liberalizzato avrebbe scarso appeal per i produttori cinesi senza un futuro accesso agli Stati Uniti, dato che il Canada resta uno dei mercati meno profittevoli al mondo per i costruttori a causa delle dimensioni ridotte e del cambio sfavorevole.
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I produttori cinesi potrebbero sperare nella possibilità che Trump possa in futuro concedere aperture in cambio di un accordo commerciale più ampio con Pechino (e per questo il Congresso americano sta lavorando a rendere permanenti dazi e divieti all’uso di hardware e software di provenienza cinese.
E nel frattempo, secondo AlixPartners e l’Alliance for Automotive Innovation, è possibile che alcuni automobilisti americani cerchino comunque di portare oltreconfine i modelli cinesi venduti in Canada, attraverso l’importazione parallela che in alcuni Stati potrebbe arginare il problema della provenienza cinese.
PERCHÉ POTREBBE FARE BENE ALL’EUROPA?
Ma a noi cosa interessa? Il tema è la sovraccapacità industriale cinese, oggi grosso modo doppia rispetto ai volumi reali di immatricolato. Un eccesso strutturale che spinge i costruttori a cercare sbocchi di vendita all’estero, spesso a condizioni di prezzo molto aggressive.
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L’Europa, con la sua prossimità geografica, dazi limitati e un mercato ancora permeabile alle nuove tencologie, è stata finora uno dei destinatari naturali di questa eccedenza produttiva, tanto da spingere Bruxelles a introdurre tariffe fino al 35% sulle elettriche importate e a valutare, più di recente, l’estensione dei dazi anche ai plug-in hybrid, oggi ancora esenti e usati come via di aggiramento.
Se Canada (e poi USA) dovessero aprirsi anche solo parzialmente ai marchi cinesi, l’effetto più immediato sarebbe una redistribuzione della domanda in eccesso che oggi grava quasi interamente sull’Europa. Ogni auto che BYD, Chery o Changan riusciranno a vendere a Toronto o a Chicago sarà un’auto in meno, a prezzi aggressivi, a Milano, Madrid o Parigi.
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