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Auto Made in Europe e investimenti cinesi, a Bruxelles hanno perso il senso della misura

Auto Made in Europe e investimenti cinesi, a Bruxelles hanno perso il senso della misura
Alfredo Altavilla, advisor Byd per l'Europa, critica la posizione della politica continentale sui vincoli imposti ai costruttori cinesi che investiranno in Europa secondo l'Industrial Accelerator Act

IN QUESTO ARTICOLO

Al supermarket fabbriche dismesse o che operano sotto il 50% della loro capacità produttiva, sono numerosi i gruppi automobilistici cinesi che stanno passando -o si apprestano a farlo- dalla cassa. Pronti a siglare accordi per rilevare gli impianti e insediare la produzione nel perimetro della UE, una necessità alla luce della nascente regolamentazione sulle auto Made in Europe, con i relativi benefici che tali vetture avranno in termini di priorità di accesso alle commesse pubbliche e politiche di incentivazione all’acquisto.

I PALETTI AGLI INVESTIMENTI CINESI IN EUROPA

Il percorso è tutt’altro che lineare, nel senso che i paletti fissati dall’Industrial Accelerator Act che dettaglia i requisiti degli investimenti extra-UE nel blocco dei 27 Stati membri, sono molteplici. L’obiettivo è più ampio del solo settore automobilistico, considerata l’ambizione di Bruxelles di rilanciare la produzione manifatturiera europea, crollata al 14% e con l’obiettivo di guadagnare il 20% entro il 2030. Auto, quindi, assemblate nelle fabbriche europee e dal contenuto (leggi: componentistica) europeo, almeno per il 70%, batteria esclusa. Un programma in due fasi, che guarda al primo triennio dall’entrata in vigore dell’IAA e con limiti ancora più stringenti dopo 5 anni.

Letto come un tentativo di politica industriale in reazione alla competitività della Cina sulle auto elettriche e ibride, l’Industrial Accelerator Act non esclude gli investimenti extra-UE ma prevede che per investimenti superiori ai 100 milioni di euro, da parte di Paesi con una capacità produttiva pari o superiore al 40% in un determinato settore, debbano essere soddisfatti diversi requisiti. L’investimento deve garantire almeno il 50% di occupazione di manodopera europea, che siano posti di lavoro ad alta qualifica, che la produzione rispetti il contenuto locale made in Europe e, dettaglio non da poco, l’investimento dovrà generare valore per l’Unione Europea sotto forma di trasferimento di know how e tecnologie.

L’ESPANSIONE BYD IN UN CONTESTO PRETENZIOSO

È pensando a quest’ultimo requisito, evidentemente, che Alfredo Altavilla, consulente di Byd per l’Europa, ha criticato le politiche europee. Una critica evidentemente da una parte interessata, con il costruttore che opera in Ungheria con il primo stabilimento e ha messo in pausa i lavori in Turchia, monitorando al tempo stesso altre opzioni nell’Europa meridionale per il secondo sito produttivo. Non è solo Byd a criticare l’Industrial Accelerator Act, visti i distinguo di Toyota e Jaguar Land Rover sul contenuto minimo di componentistica prodotta made in Europe.

“Qualche illuso, a Bruxelles, dice che l’Industrial Accelerator Act deve prevedere delle joint venture con i cinesi in minoranza. Poi magari si aspetta che i cinesi portino qui il meglio della loro tecnologia?”, ha segnalato Altavilla, intervistato tra gli altri da Milano Finanza.

Quando siamo andati a fare le fabbriche in Cina 40 anni fa abbiamo portato il meglio della nostra tecnologia? Abbiamo portato le Volkswagen Santana, Fiat Palio, le Jeep di vecchia generazione, adesso pretendiamo che i cinesi portino in Europa la migliore tecnologia che esiste? Credo che stiamo davvero perdendo il senso della misura in Europa”.

LO STUDENTE CINESE

Dalle joint venture nel settore auto nate con l’insediamento dei player europei in Cina, l’abilità che negli ultimi 10 anni va riconosciuta al Paese del Dragone è di aver studiato processi e tecnologie dei maestri dell’auto europea ed elaborato una propria offerta tecnologicamente competitiva non solo sull’elettrico ma anche sull’auto ibrida. Una visione di strategia industriale avvantaggiata dalle condizioni materiali di accesso alle materie prime necessarie all’elettrificazione e dal sostegno statale a un programma di sviluppo interno, sempre più destinato a riversarsi sui mercati esteri, dove trova, in Europa, le condizioni ideali del mercato, create dal legislatore europeo negli ultimi 10 anni e due mandati della Commissione europea.

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