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Le aziende ritirano lo smart working, cosa cambia per le flotte?

Le aziende ritirano lo smart working, cosa cambia per le flotte?
Analizziamo nel dettaglio perché e come sta finendo lo smart working, ma soprattutto quali conseguenze avrà sulle aziende e le loro flotte, sui dipendenti e sulla collettività.

IN QUESTO ARTICOLO

In questo momento è in corso un braccio di ferro. I datori di lavoro non stanno avendo vita facile“, a dirlo, intervistato da Wall Street Journal era David Garfield, Global Head of Industries presso la società di consulenza AlixPartners. Ma neanche i dipendenti sono tanto tranquilli. Il “campo di battaglia”? Lo smart working, che dopo averci accompagnato per quattro anni nel post-pandemia sembra aver raggiunto la data di scadenza.

Esemplare è il caso Amazon, che nelle scorse settimane ha inviato una comunicazione ai propri dipendenti: si torna tutti in ufficio, 5 giorni la settimana. Se anche un colosso dell’e-commerce ha preso una decisione del genere, significa che il trend è ormai conclamato.

Ma perché? E con quali conseguenze? Facciamo chiarezza, e capiamo soprattutto che impatto avrà il ritorno in ufficio sulle flotte.

Lo smart working è finito, perché?

Iniziamo con qualche numero: secondo una rilevazione LinkedIn nel 2023, nonostante l’interesse dei lavoratori sia per la flessibilità (il 46% delle ricerche lo considerava fondamentale), le offerte di lavoro completamente da remoto sono state solo l’8% del totale, a fronte di un picco del 22% ad aprile 2022. Numeri che dovrebbero anche farci pensare ad una cosa: molti lavoratori oggi sono stati assunti già in smart working. È possibile chiedere il rientro (anche se di ri-entro non si parla, piuttosto un primo ingresso in ufficio)? 

Innazitutto, le aziende dovrebbero chiedersi se questo è un rischio che vogliono correre. Secondo Sir Cary Cooper, professore di psicologia organizzativa e salute presso l’Alliance Manchester Business School dell’Università di Manchester, i datori di lavoro che richiedono una presenza full time in ufficio rischiano di allontanare i talenti, danneggiando il benessere dei dipendenti ma anche le loro performance. A tal proposito ha anche coniato il termine “presenteismo“, presenteeism in inglese. 

Ebbene, è possibile farlo? A certe condizioni. Quello di smart working è un contratto che può essere siglato sia con i singoli lavoratori, che a livello aziendale, contenente limiti e termini e deve essere comunicato al Ministero del Lavoro. Secondo il portale JetHr può essere modificato o rescisso se c’è accordo a termine; con accordo a termine o indeterminato ma con un giustificato motivo, anche prima del termine (i giustificati motivi devono essere concordati preventivamente, non sussistono per legge); in caso di accordo a tempo indeterminato senza giustificato motivo con preavviso non inferiore a 30 giorni.

Ma perché le aziende chiedono il rientro?

Secondo Andy Jessy, CEO di Amazon, perché le performance in ufficio migliorano – ma non ci dicevano il contrario solo un paio di anni fa? – e infatti nella mail che mandato a tutti i collaboratori, annunciando un ritorno full time in ufficio a partire dal prossimo 2 gennaio, spiega che questo renderà “più semplice ed efficace” il lavoro.

Secondo un’indagine presentata in occasione di Cisco Live ad Amsterdam, il 71% dei responsabili d’azienda intervistati ritiene che l’esperienza vissuta dai lavoratori remoti non sia equivalente a quella in ufficio. Diverse indagini infatti sembrano puntare nella direzione del rientro in ufficio per “favorire la creazione di rapporti interpersonali tra colleghi” e “migliorare la produttività“. Ma nessuno parla del risvolto economico del lavoro da remoto.

I grandi palazzi commerciali infatti si sono lentamente svuotati, e se inizialmente le aziende hanno vissuto questo allontanamento come un grosso risparmio (meno bollete, minori spese di gestione, addirittura si è parlato di un vendi-vendi di scrivanie e sedie immediatamente dopo il Covid), conti alla mano non è così vero.

Secondo un’analisi di Bloomberg News, ad esempio, i lavoratori di Manhattan spendono circa 12,4 miliardi di dollari in meno all’anno (11,76 miliardi di euro) trascorrendo il 30% di giorni in meno in ufficio, quindi con uno smart working parziale. Questo si ripercuote direttamente sugli esercizi commerciali nelle zone dove si concentrano le sedi delle maggiori aziende, ma anche in un minor gettito fiscale per lo Stato: ridurre spesa da parte dei lavoratori significa ridurre le entrate dalle imposte sulle vendite.

A questo si aggiunge il deprezzamento degli immobili. Se nessuna azienda ha bisogno di grandi palazzi pieni di uffici, questi edifici diventano zavorre per il real estate e per i grandi gruppi non è accettabile, soprattutto perché il patrimonio immobiliare è un asset fondamentale. Ad esempio, Kastle Systems ha evidenziano un calo del 40% del valore di mercato degli uffici dovuto al fatto che i palazzi sono parzialmente vuoti.

L’impatto sulle flotte della fine dello smart working

Per l’azienda e il Fleet & Mobility Manager

Chi si occupa di gestione della flotta e più in generale degli spostamenti dei dipendenti dovrà rimboccarsi le maniche: innanzitutto dovrà essere rivisto completamente il PSCL in ottica di rientro. Se prima i lavoratori in presenza si alternavano, o addirittura non dovevano mai recarsi in ufficio, ora i percorsi e gli spostamenti dovranno essere ripensati.

Allo stesso modo, anche il parco auto potrebbe cambiare. Ovviamente chi aveva diritto, per ruolo e policy aziendale, all’assegnazione di un’auto anche in smart working aveva questo benefit, ma comunque per le aziende che hanno attivato in questi anni servizi di mobilità alternativa all’auto, dal pooling alla sharing mobility, private lease o mobility budget, ora dovrà essere rivalutata la portata di questi servizi, che potrebbero essere desiderati da molti più dipendenti.

C’è poi il nodo parcheggi. Sia per le aziende con sedi nei centri urbani delle grandi città, sia per quelle più decentrate. Le vetture dei dipendenti dovranno trovare uno stallo libero per le ore lavorative (e magari anche delle colonnine di ricarica, per chi nel frattempo ha elettrificato). Dovranno essere riattivati abbonamenti e contratti con i parcheggi, per chi non ne avesse di proprietà, o risistemati e riassegnati i grandi spiazzi dedicati alle vetture.

Infine, non meno importante: i chilometraggi aumentati che porteranno con se manutenzione ordinaria e straordinaria, oltre ai costi del carburante. Come dicevamo, le auto in benefit erano assegnate in molti casi indipendentemente dalla presenza totale o parziale in ufficio, ma chiedendo il rientro a tempo pieno si dovranno tenere in conto molti più chilometri percorsi ogni giorno, con il rischio di un aumento dei sinistri.

Leggi Anche: Guida al Mobility Budget, cos’è e come si aggegna.

Per il dipendente

La prima più ovvia conseguenza del rientro in ufficio è lo stress: molti lavoratori avevano trovato un nuovo equilibrio tra lavoro e vita privata. Equilibrio che potrebbe presto tornare ad essere precario con il rientro. La vita dei dipendenti, tra orari d’ufficio e impegni personali, dovrà necessariamente essere riorganizzata.

C’è poi da tenere conto che, anche tra chi è entrato nel mondo del lavoro in un’epoca pre-Covid, alcuni dipendenti non apprezzano il contatto con i colleghi e hanno vissuto positivamente la possibilità di lavorare da casa (o da dove più preferivano). L’ufficio non è sempre un ambiente sereno e ci sono lavoratori, soprattutto per i gruppi sottorappresentati e le minoranze etniche, religiose, di identità, che sperimentano quotidianamente discriminazioni e microaggressioni. Secondo uno studio Future Forum negli Stati Uniti il 97% dei lavoratori appartenenti a minoranze etniche ha dichiarato di preferire un modello ibrido o completamente da remoto, rispetto ad appena il 79% dei lavoratori bianchi.

Per la collettività

L’aumento del traffico ha un diretto impatto sulla collettività, anche in termini di emissioni. Lo scorso anno infatti l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA), aveva calcolato l’impatto ambientale del lavoro a distanza in 4 città italiane (Roma, Torino, Bologna e Trento).

Lo studio condotto nel periodo 2015 al 2018, quindi ben prima della pandemia che, come sappiamo, ha portato con se la massiccia diffusione del lavoro agile, dimostrava che con due giorni alla settimana di smartworking (100 giornate di lavoro a casa in un anno) ogni lavoratore aveva permesso di risparmiare ben 600 chili di anidride carbonica al giorno, oltre a 150 ore di viaggio trascorso in auto in 12 mesi e 3.500 chilometri di distanza percorsa, per un totale di 237 litri di gasolio o 260 di benzina utilizzati.

Un altro degli aspetti da tenere in considerazione è che, soprattutto durante i primi anni di lavoro da remoto, ma la tendenza si è consolidata per molti, i consumatori hanno evitato tradizionali mezzi di trasporto pubblico come bus, treni e metropolitane. Diminuito anche l’uso di mezzi condivisi come taxi o rent-a-car, che ora potrebbero vivere una “nuova gloria”.

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