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Le case auto cinesi si stanno prendendo le fabbriche “abbandonate” dagli europei in Russia

Le case auto cinesi si stanno prendendo le fabbriche “abbandonate” dagli europei in Russia
I brand cinesi di auto si stanno impossessando degli stabilimenti abbandonati dalle case occidentali sul territorio russo.

IN QUESTO ARTICOLO

Tra i due litiganti… Lo scoppio del conflitto in Ucraina ha inciso profondamente sull’industria del Vecchio Continente. Nel tentativo (col senno di poi mal riuscito) di isolare la Russia economicamente, i produttori occidentali hanno preso letteralmente le distanze dalla terra di Putin.

Nei mesi appena successivi all’invasione dell’Ucraina, iniziò una fuga collettiva e precipitosa, che coinvolse anche – e in modo ingente – l’industria automotive. Spronati dagli Stati membri, costretti dalle sanzioni e interessati a non perdere la propria reputazione, i brand auto hanno lasciato in fretta e furia i propri stabilimenti russi che, oggi, sono diventati casa dei concorrenti arrivati dall’Asia.

L’esodo dell’automotive Ue dalla Russia

Nella primavera del 2022, a pochi mesi dall’inizio del conflitto russo-ucraino, Renault cedette il 100% delle azioni in Renault Russia al governo di Mosca e la sua partecipazione del 67,69% in AvtoVAZ (tra i più grandi produttori auto del Paese) passò nelle mani del Nami, l’Istituto centrale russo per la ricerca e lo sviluppo di automobili e motori, controllato dallo Stato.

Al Nami furono vendute anche tutte le operazioni di Nissan Manufacturing Russia, compresi gli impianti di produzione e ricerca e sviluppo di San Pietroburgo e il centro vendite e marketing di Mosca. Chiuso, nel settembre 2022, anche lo stabilimento di San Pietroburgo di Toyota, con il passaggio dell’intera produzione e di tutti gli impianti della casa al Nami a partire da marzo 2023.

Pochi mesi dopo, il Nami acquistò anche il 100% delle quote di una fabbrica specializzata nella produzione di sistemi antibloccaggio dei freni e altre componenti del settore automotive in precedenza appartenente al gruppo tedesco Bosch. In sintesi, lo stato Russo ha acquistato tutti gli asset delle case automobilistiche mondiali che hanno lasciato la Russia.

Il crollo dell’industria nazionale

Quella iniziata a febbraio 2022 è una delle più grandi rivoluzioni avvenute nella storia dell’automotive russa. Dal 1991, riportata una parvente stabilità in seguito alla caduta dell’Urss, il governo di Mosca incoraggiò le case automobilistiche occidentali a produrre nel paese, offrendo sussidi e incentivi statali. Opportunità che fu colta dai brand europei e giapponesi con una produzione di circa 1 milione e mezzo di vetture nel 2021. In seguito all’invasione dell’Ucraina, le auto prodotte internamente crollarono dal 75% al 40% del mercato.

La risposta di Mosca e l’aiuto asiatico

Con l’abbandono degli occidentali, centinaia di stabilimenti, fino a poco tempo prima operanti a pieno regime, si sono ritrovati fermi, con migliaia di lavoratori rimasti a casa. Alla ricerca di consensi e con un approccio economico sempre più autarchico, il governo di Mosca si è messo in azione per il risollevare il comparto automotive nazionale, puntando alla rinascita di brand storici come la Moskvich. Marchio che – operando nelle ex fabbriche Renault – ha lanciato sul mercato la Moskvich 3, un modello che ha insospettito i cronisti di Reuters, infiltratesi nelle fabbriche della Casa russa alla ricerca di risposte.

La Sehol X4 e la Moskvich 3 a confronto

L’inchiesta condotta dall’agenzia stampa ha rilevato profonde somiglianze con la vettura russa e la cinese Sehol X4, prodotta da JAC. Quel che è venuto fuori, così come confermato da alcune fonti interne, è che la Moskvich 3 altro non è che una versione ribrandizzata del crossover cinese, costruita all’esterno e poi esportata in Russia per essere finalizzata.

Realizzata in “collaborazione con un partner orientale” è stata dichiarata anche la Lada X-Cross 5, nuovo modello di AvtoVAZ prodotta nell’ex stabilimento Nissan di San Pietroburgo. Allo stesso tempo, la catena di concessionarie Avtodom ha acquistato le filiali ex proprietà di Mercedes-Benz con l’obiettivo di assemblare un nuovo modello di lusso in partnership con diverse case automobilistiche cinesi. In totale, riporta Reuters, sarebbe sei le fabbriche russe di auto in precedenza proprietà di brand occidentali, impegnate a produrre vetture su base cinese a un ritmo di 600.000 unità all’anno.

La conseguenza è che, con una produzione nazionale dipendente dai kit di assemblaggio importati dalla Cina, anche i profitti sono legati al paese asiatico e soggetti al tasso di cambio dello yuan. Una fonte di Reuters ha confidato che “per prima cosa al mattino si guarda il tasso di cambio dello yuan, perché i margini e i prezzi dipendono da questo”.

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I brand cinesi puntano alla Russia

Non solo componentistica, ma vera e proprio importazione massiccia. I brand cinesi sono stati lesti nel conquistare le quote di mercato lasciate vuote dai concorrenti occidentali. Ad oggi, le auto cinesi importate rappresentano il 49% del mercato, con una quota che a giugno 2023 raggiungeva le 40.000 unità. Appena due anni prima, secondo i dati della società di analisi Autostat, la quota di vetture cinesi in Russia non superava il 7%.

Da gennaio a maggio 2023, quando si fece definitivo l’abbandono dei marchi europei, le esportazioni di vetture in Russia da parte dei costruttori cinesi aumentarono di 5,2 volte rispetto all’anno precedente, creando un mercato del valore di 3,6 miliardi di dollari, al netto delle spese doganali – che diventano al contrario sempre più limitanti nel resto del continente.

Chery produce in Russia… ma senza clamore

È ancora Reuters a fornire le ultime notizie dal paese natale di Anna Karenina. Gira voce che Chery abbia già avviato la propria produzione in tre degli impianti dismessi da europei e giapponesi. La Tiggo 7 (che in Russia prende il nome di Xcite X-Cross 7) nasce nell’ex stabilimento Nissan di San Pietroburgo. Il costruttore cinese si è rifiutato di confermare, parlando di pensare per il momento alla sola esportazione di veicoli e non alla realizzazione né all’acquisto di fabbriche in Russia.

Fonti interne, però, affermano che i veicoli targati Chery non arrivano a Mosca sempre già ultimati, ma giungono nelle vesti di grandi componentistiche, da completare in territorio russo con i kit di assemblaggio dello stesso produttore, venduti anche ai marchi nazionali. L’agenzia stampa ha trovato informazioni riguardo team di ingegneri cinesi trasferiti in Russia e operativi nel sito di Kaluga e di accordi che prevedono che “ai proprietari dell’impianto viene pagato un compenso per finalizzare l’assemblaggio in loco”.

Con le vendite delle vetture dei marchi Exeed e Omoda quadruplicate nel 2023, e il superamento di oltre 200.000 unità (cifra già superata nei primi 9 mesi del 2024), Chery controlla oggi quasi un quinto del mercato automotive russo. Successo che, tuttavia, il produttore di Wuhu preferisce tenere segreto, per non inimicarsi istituzioni e acquirenti europei adesso che il piano è quello di entrare in oltre 60 nuovi mercati nei prossimi tre anni, con l’export ma anche tramite insediamenti industriali, si parla di una nuova fabbrica ad Ankara in Turchia e del rilancio dello stabilimento Nissan di Barcellona.

Leggi Anche: Chi è Chery, il produttore cinese dietro le DR

Il sopralluogo di Putin in Iran

Vladimir Putin e Ebrahim Raisi

E la Cina potrebbe non essere l’unica potenza a correre in soccorso alla Russia. Durante il lancio della nuova generazione del crossover bestseller Rira, il bran Iran Khodro ha dichiarato apertamente le proprie ambizioni per il mercato russo. D’altronde, durante l’incontro con il corrispettivo iraniano Ebrahim Raisi, Vladimir Putin aveva discusso della possibilità di aumentare la cooperazione per affrontare le sanzioni cui entrambi i paesi sono soggetti.

Si parla di India, persino di Africa, ma che sia infine la Russia la nuova terra dell’oro – seppur politicamente scorretta – dei produttori di auto?

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